VISITA ALLA FIAT

di piero gobetti, 1923

Mussolini e il re del Belgio han messo di moda tra i torinesi le visite alla Fiat. Ci siamo stati tanti anni vicini e il pensarvi ci dava orgoglio e sicurezza; la vita nostra cittadina se ne ispirava così direttamente che era inutile toccar con mano e ci bastava il concetto dell’industria moderna e della nuova psicologia urbana, che nella mente si accompagnava alla figura di Agnelli.

La Fiat è alla periferia estrema di Torino: ci si va con un tram che attraversa tutta la città, senza passar nel centro, sempre per vie fuori mano, che per trovarle bisogna andarci apposta.

Si passa il Valentino tra la nebbia, anche a mattina inoltrata; itinerario nordico senza il bel sole italico, senza indulgenza di paesaggio. Clima eretico: uomini intirizziti, che non han tempo di sonnecchiare e che il freddo rende acuti e quasi goffamente frettolosi, come nel paese in cui Pinocchio trova la sua fata laboriosa. Il  Valentino offrirebbe consolazioni romane, ma solo di pomeriggio, col sole, quando le bambinaie vi conducono i marmocchi, e stanno ad ascoltare gli ingannevoli e dilettosi idilli di studenti e di ufficialetti a spasso, imparando quanto siano irresistibili Minerva e Marte, se vi aggiungi le seduzioni di artificiali boschetti e il canto monotono del fiume che scorre là dietro gli alberi. Gli operai ci passan di mattino, gli occhi intenti sul giornale che ancora odora di grassi inchiostri da rotativa; quando escono dopo otto ore di fatica nessuna lusinga di natura li riconcilierebbe col mondo. C’è un’altra poesia nei loro cuori, che sdegnano i trepidi sorrisi e gli incanti dei giardini artificiali. La loro psicologia è dettata dalla macchina e dalla vita in fabbrica.

Ci recammo alla Fiat giovedì mattina presto: c’erano quasi tutti gli scrittori di « Rivoluzione Liberale», che si lasciavano leggere negli occhi l’orgoglio di esser stati i primi teorici di quella vita industriale, e un nugolo di soci della « Cultura», che andavano da buoni borghesi, per imparare. E il più bello della visita era nella curiosità di questi osservatori, negli occhi stupefatti di chi è uso alla letteratura e si trova in un cortile di officina.

Chi entra nella Fiat può credere di trovarsi in un grande albergo moderno, pulito, con scale simmetriche, con grandi porte a vetri. Tutto bianco, niente decorazioni, i soli mobili indispensabili: squallido, ma grandioso. Nel primo palazzo che vi accoglie non si lavora: ci sono uffici e scuole. L’americanismo comincia con la filantropia; una filantropia fatta di calcolo e di utile reciproco. L’idea deve essere stata di Agnelli, l’uomo delle intuizioni e delle accortezze psicologiche. Non si capirebbe la fortuna della Fiat e la sua popolarità tra le folle se non si pensasse a queste qualità diciamo pure politiche, di Agnelli: il capitano d’industria che sa capire e sfruttare (negli altri!) il valore del disinteresse, l’uomo che sa conquistarsi le simpatie col sorriso, che dopo aver fallo i calcoli non si perita di giocare sull’imponderabile. Agnelli capisce il valore delle forme e dei gesti, l’utilità di sapersi mostrare non aridi, proprio quando l’impresa è fondata sull’aridità e sul commisurare i prezzi di un uomo e della sua vita ai prezzi delle macchine. Agnelli ha le sue risorse poetiche, come quando salutò Mussolini a nome di Torino, prima che parlasse il prefetto, scavalcando tutte le gerarchie. Al tempo delle agitazioni socialiste era il solo industriale che riuscisse a trattare con le masse; alle quali confidava piacevolmente che sarebbe rimasto loro imprenditore in regime collettivista; e prima degli entusiasmi wilsoniani convertiva Cabiati all’idea della Società delle Nazioni, dimostrando agli operai che il padrone non era meno internazionalista di loro. In Agnelli, sotto l’istinto del despota, si sente lo spirito della moderna democrazia industriale, nutrita di finanza e di politicantismo, malata di demagogia tribunizia, ma fatalmente suscitatrice di correnti popolari, di vigorosi entusiasmi autonomi, di senso del sacrificio e di volontà di libertà.

Invece, entrando nei veri e propri stabilimenti del Lingotto, si ha la sensazione di un altro ambiente e di un’altra organizzazione. Dal « Laboratorio prove materiali» al « Montaggio», dal primo all’ultimo piano (con pista di collaudo sopraelevata, a ventisette metri di altezza), tutto procede secondo il più rigoroso taylorismo. L’ingegnere che ci accompagna ci spiega come i pezzi non tornano mai indietro; sottoposti ai più formidabili processi, si trasformano, si fondono, si riuniscono fino a formare una delle sessanta macchine che, oggi, in periodo di disoccupazione, si producono quotidianamente.

Per descrivere il cammino di questa materia Ariosto cercherebbe immagini infernali. I magli poderosi spaventano con le loro scintille i visitatori letterati, Sembra che per resistere a questa vita quotidiana sia necessaria un’ anima eroica. Invece tutto è semplice, normale, sicuro: qui domina l’anima dell’ingegner Fornaca, il rovescio della medaglia di cui Agnelli è la fronte; il puritano arido e feroce, lo spirito d’ordine e di continuità, il fanatico freddo e inesorabile, che ogni giorno deve foggiare dalla materia grezza sessanta nuove automobili, secondo il sistema di divisione del lavoro a cui egli presiede. È il dominatore senza indulgenza, il sacrificato, la vittima; se ne sente parlare con terrore e con odio. Se Agnelli è il capitano, egli deve essere lo sbirro, innocente eroe del regime capitalista. Per Fornaca la Fiat deve essere un orologio: e i congegni contano per la puntualità e secondo il prezzo; gli uomini secondo il costo del premio di assicurazione sulla vita.

Mentre la nostra guida spiega i congegni ed enuncia cifre épatantes, io guardo gli uomini. Hanno tutti un atteggiamento di dominio, una sicurezza senza pose; e pare che in noi vedano dei dilettanti ridicoli da considerare con disprezzo. Hanno la dignità del lavoro, l’abitudine al sacrificio e alla fatica. Silenzio, precisione, presenza continua; una psicologia nuova si tempra a questo ritmo di vita: il senso di tolleranza e di interdipendenza ne costituisce il fondo severo; mentre la sofferenza contenuta alimenta con l’esasperazione le virtù della lotta e l’istinto della difesa politica. Quando Mussolini venne a cercare il loro applauso, questi operai dovettero guardarlo con il muto disprezzo che leggo adesso nei loro occhi. Essi sanno far rispettare le distanze.

I dilettanti, i dinamici, traggono un sospiro di sollievo quando. si giunge all’ultimo piano dello stabilimento: sulla pista. Peccato che ci sia ancora la nebbia fitta! Non si può godere il panorama, gustare la poesia delle Alpi nevose! La nostra guida ci ricorda la gioia di Mussolini quando fu quassù, nella palestra di Nazzaro e di Bordino, lontano dagli operai diffidenti e noiosi. Ricorda il giro fatto dal re del Belgio a 140 km, dalla regina a 137. Siamo all’ aria aperta; regno della velocità, spettacoli, feste. La vita è dei dinamici, dei più veloci. Le fantasie meridionali sono soddisfatte. Marinetti dirà il canto dei motori: parole in libertà ed entusiasmi consolanti.

Sotto si prepara la morale del lavoro, la civiltà dei produttori.

* Visita alla Fiat, in “Il Lavoro”, Genova, 15 dicembre 1923

 

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