VA’ DOVE TI PORTA IL VENTO – DIZIONARIO DELLE BANDERUOLE – per la stesura di un dizionario dei trasformisti italiani

di Enzo Marzo

Ci possono giustamente dire che siamo fissati.  Ma noi non molliamo mai. Riportiamo qui due testi, uno scritto nel 1998 e un altro nel marzo del 2011 in cui presentavamo l’idea di elaborare un dizionario del trasformismo italiano. Allora gli davamo il titolo di Dictionnaire des girouettes. I tempi non permisero un progetto così ambizioso. Ancora  non era così diffuso l’uso del computer e di internet. Adesso si può fare, con la collaborazione di tutti. Sono trascorsi molti anni , ma i tempi non sono un granché cambiati. Semmai sono peggiorati. Nella scorsa legislatura si sono battuti tutti i record di mutamento di casacca. Oggi c’è il gruppo del M5s che, proclamandosi né di destra né di sinistra ha raccolto gente d’ogni tipo, che probabilmente seguirà alla fine la sua vera vocazione. Gli esempi ci sono tutti. La Lega salviniana convincerà molti “moderati” che dopotutto tra essere secessionisti o sovranisti non c’è grande differenza. E questa potrà essere superata da una poltrona.Non parliamo poi degli enti locali dove il vento verso il potere è fortissimo, come l’opportunismo. 

Naturalmente ci affidiamo soprattutto ai nostri lettori (ma solo notizie sicure) e siamo pronti in questo lavoro di continuo aggiornamento di correggere tutti gli errori che ci saranno comunicati.

1.

Premessa 1998

Ogni passaggio da un regime all’altro vede rifiorire il Trasformismo, quel moltiplicarsi improvviso di voltagabbana che passano armi e bagagli nelle schiere – un tempo non lontano – avversarie. Il nostro presente ne è pieno. Un fenomeno che è universale, ma che nel nostro paese da somma di casi individuali ha saputo elevarsi a dignità persino di formula politica.

È quindi naturale che la Transizione alla Seconda Repubblica veda anche la transizione massiccia da lidi cannoneggiati a spiagge dove continuare a godersi il sole del potere. A  rendere ancora più delizioso il Trasformismo d’oggi è quello stato di precarietà da cui sembrano non liberarsi le attuali forze politiche: partiti che si fanno e disfano in pochi giorni, gruppi parlamentari che si sfarinano, migrazioni continue alla ricerca di chi possa assicurare un avvenire dorato. Finora i parlamentari che hanno tradito i propri elettori e hanno “traslocato” di gruppo sono ben sessantacinque.

ln assenza della Politica, scandalizzarsi non è solo moralistico, è davvero ingeneroso. Il Camaleonte non ha vita facile, mettiamoci nei suoi panni: è costretto a terreni paludosi, dagli approdi incerti, instabili, quando la sua unica ambizione sarebbe quella di accasarsi definitivamente.

“Critica” assiste ammirata – l’abbiamo già scritto – al Trasformismo. Ne abbiamo tessuto persino l’Elogio. Sotto alcuni versi scherzoso, perché – dicevamo – uno dei meriti più sottovalutati del sistema maggioritario è proprio quello di aver liberato, sì liberato, il vero pensiero d’intere classi dirigenti, e di farlo esprimere ora nella sua autenticità. Pensate quanti democristiani, costretti per anni a tingersi di sinistra per obbedire ai loro capi, ora, tra Fini e Berlusconi come tra due guanciali, possono finalmente gettare la maschera. Quanta borghesia romana, rimasta intrappolata per decenni nella rete degli interessi andreottiani, ha potuto votare Fini in piena coscienza reazionaria. Quanti “socialisti” hanno ripreso a pensare con la loro testa, a obbedire alla loro pancia, fuggendo lontani da quella sinistra da cui per mentalità e valori distavano mille miglia, e si sono accucciati nella culla reazionaria da cui erano fuori solo per interesse. Quanti “liberali” fasulli, costretti per una vita a sorbirsi le citazioni di Croce e d’Einaudi, sono all’unisono col portafogli e col cuore, che da sempre batteva per Gava e Andreotti. Per un’anomalia tutta italiana possono continuare pure a chiamarsi liberali. Quanti ex-comunisti craxiani possono recuperare il proprio passato, quello prossimo e quello remoto, reinterpretandolo giustamente come l’espressione, di volta in volta generazionalmente di moda, della vera politica di destra e dei valori bigotti. L’assassinio della Politica perpetrato dai Craxi, dai Forlani, dagli Altissimo, paradossalmente ha fatto opera di verità. All’improvviso ognuno è stato più libero d’essere sé stesso. E si è trasformato. Questa specie di camaleontismo va perdonata, anzi apprezzata come superiore forma d’inveramento del più autentico Io. Come dimostrazione di un’intima coerenza nella passione irresistibile per il Potere, dovunque esso sia. Però, tutti i voltagabbana ci dovrebbero fare una cortesia: abbandonare le parole che avevano usurpato. “Liberali”, “socialisti”, “radicali”. Ora che siete felicemente approdati ufficialmente a Destra, abbiate il coraggio di definirvi conservatori o reazionari e basta, non continuate a squalificare parole che non vi appartengono o non vi appartengono più.

Ma purtroppo questa prima fase sembra già tramontata. Il trasformismo eroico del dopo-Tangentopoli, che alla fin fine – se vogliamo – rispondeva ad alcune leggi della Politica, si è concluso con la sconfitta elettorale delle destra. Ora s’è fatto insieme arrogante e subdolo, ha ritrovato la sua natura più meschina, più cinica. Pretende che cambino solo le etichette e non la sostanza. Proclama addirittura la legittimazione dell’impunità.

La Sinistra, da parte sua, con l’autodafé dei propri ideali sradica paletti e fornisce il suo importante contributo a questo perenne rimescolamento delle carte, a questa restaurazione di comportamenti che speravamo finiti. Lo stesso perdonismo imperante e la necessità degli eredi dei due totalitarismi di assolversi vicendevolmente stanno facendo il resto. Fino ad arrivare a forme assai patetiche, come quelle raggiunte da una delle più alte cariche dello stato (il pessimo Violante), che, invece di adempiere esclusivamente ai propri doveri istituzionali, gira per l’Italia a dare lezioni di storia patria, di filosofia, di geografia, di morale, persino di letteratura italiana, e come la madonna pellegrina concede grazie e riabilitazioni (ben castigato dall’invocazione di Arbasino: «E a te, e a te, e a te, chi ha poi dato l’autorità o la delega per esigere o concedere perdoni e gli indulti a nome di tutta l’umanità ferita o della tua vanità presenzialista?»).

Il trasformismo così sfoggia il suo volto più canagliesco. Si sarà capito che non ci piacciono i riciclaggi compiuti inelegantemente. Su “Critica” pubblicammo un vero proprio “Galateo del trasformista” scritto da uno che se ne intendeva molto come Giovanni Ansaldo. Gradiremmo che ci si attenesse di più. È indecoroso il mutamento, o il preannuncio di esso, quando è manifestato con l’ansia ti- pica di chi deve fuggire dal Titanic. Né ci convincono le scoperte-denunce scandalizzate, dopo quattro anni tondi tondi, che (sorpresa!) Berlusconi è garantista solo per sé (vedi Ferrara), o che Forza Italia ha scarsa attenzione per i problemi sociali (vedi Guidi) o che ha qualche venatura clericaleggiante (vedi Martino), o che tende a stringere alleanze con altre forze di destra come la Lega (vedi Vertone), o che è alquanto accentrata (vedi Taradash), o che Alleanza nazionale non ha una spiccata simpatia per l’omosessualità (vedi Pezzana). Una franca dichiarazione di cedimento all’opportunismo o alla convenienza personale sarebbe più comprensibile e perdona- bile di così goffi tentativi di giustificare qualche presa di distanza.

Parallelamente, il nostro elogio della Trasformazione è assai serio. I liberali da sempre sono dalla parte dell’Opinione contro la Verità. E le Opinioni, per loro natura, sono mutevoli, Il cambiamento d’idea è quindi per noi un valore affatto positivo, da esaltare addirittura. Ma se si è nel dibattito pubblico è necessario motivare con argomenti robusti i propri mutamenti e tenerli ben lontani anche solo dal sospetto che siano inquinati dal tornaconto personale. Trasformarsi è una virtù grande ma discreta, che non può nuocere agli altri, come – per esempio – agli elettori. Dal mutamento si deve uscire nudi, non impellicciati, altrimenti si danneggiano le nostre stesse nuove idee. Altrimenti si è solo dei volgari trasformisti.

Ugualmente, non sappiamo resistere alla tentazione di sottoporre al sorriso dei nostri lettori le peripezie di quello che il magico poeta irlandese Yeats nella sua Autobiografia definì “Hodos Chameliontis”. La via del camaleonte. Animale simbolico adorato da Pico e da Ficino, metafora d’un sincretismo che accoglie in sé tutte le filosofie, e le assorbe per risputare poi un bolo fatto di tutto e del contrario di tutto. Animale che oggi si moltiplica in ambienti favorevoli come Montecitorio, Palazzo Madama, televisione, redazioni, imprese pubbliche. È vero, i camaleonti spesso sono disgustosi, ma fanno anche ridere come quel Cossiga che, nella prima tenzone elettorale per il Comune di Roma après le déluge, di- chiara d’aver votato Rutelli e il Pds, e poi, nel ballottaggio, Fini: «solo per equilibrismo politico» e perché la democrazia cristiana «non ha saputo scegliere». Questi sono i padri della Prima repubblica, essere spregevoli.

Abbiamo deciso di dare inizio su “Critica” a un Dizionario dei Girella. Come tutte le idee brillanti, anche questa non è originale ma è una scopiazzatura d’un manuale raro quanto prezioso. È del 1815, Paris. ll titolo è lunghissimo. Una vera delizia: Dizionario delle Banderuole, ovvero i nostri contemporanei dipinti da sé stessi. Opera in cui sono citati i discorsi, proclami, canzoni, estratti d’opera scritti sotto i governi che ci sono stati in Francia da venticinque anni; e le poltrone, favori e titoli che hanno ottenuto nelle differenti circostanze gli uomini di Stato, letterati, generali, artisti, senatori, cantanti, vescovi, prefetti, giornalisti, ministri, ecc. A esergo, una scettica sentenza di Saadi, che la dice lunga sulla permanente natura umana: «Se la peste lasciasse delle pensioni di invalidità, anche la peste troverebbe degli adulatori e dei servitori». Non aggiungiamo commenti al saggio ebreo che parla dell’Oggi.

Gli anonimi autori del dizionario possiedono i pregi dell’ironia e della pignoleria. Esibiscono la prima quando si scusano per le eventuali dimenticanze e sollecitano coloro che sono stati trascurati a rivendicare la propria abilità trasformista per essere presi in considerazione in una successiva edizione dell’opera (a proposito, l’invito lo facciamo nostro, e lo ampliamo. Chi si sente negletto si faccia avanti. Rimedieremo. Chi ha notizie rigorosamente accertate su personaggi, anche periferici, che in questa materia abbiano dato il meglio di sé, ce ne dia notizia. Si sa, la provincia italiana è ricchissima). Ed esercitano la seconda stabilendo una rigorosa casistica. Ci sono, infatti “girouettes” e “girouettes”: c’è chi gira al primo venticello e chi quasi per caso; o ancora chi, più fermo sulla sua asta, è risoluto a non cambiare mai, ma poi è pressoché obbligato a cedere quando le ventate sono di burrasca. Ancora, ci sono quelli che sembrano coerenti, ma solo perché, sordi e ciechi, tardano ad avvertire fino a che punto sia decrepito il potere da abbandonare.

Per amore di completezza scientifica noi aggiungeremo anche gli imbecilli. Nessun’offesa, per carità: sono quelli che cambiano perché, proprio non sanno vivere sine baculo, senza il bastone d’un “pensiero forte” che li protegga e li sostenga, in tutti i sensi. ll mondo ex-comunista ne è pieno.

Sono banderuole, ma per imperativo psicologico: sono quelli che passano con un salto solo dall’attentato terroristico o dal catechismo staliniano al cantar messa, da Breznev a Wojtyla o al capitalista che più assomiglia ai protagonisti dei loro incubi giovanili.

Gli autori del Dictionnaire non hanno pietà e il loro sberleffo contro i Camaleonti si unisce al compiacimento di avere redatto un elenco davvero edificante, che ha un gran valore morale e d’insegnamento per le nuove genera- zioni, perché dimostra quali buoni risultati possano derivare dalla capacità d’individuare dove tira il vento, e d’inclinarcisi velocemente. Specialmente in confronto agli esiti assai mediocri raggiunti di solito da quei pochi «originali, follemente ostinati a non abbandonare le opinioni che avevano un tempo abbracciate con la sincerità del cuore e seguendo le luci della loro coscienza».

Come tutte le Guide che si rispettino, il Dictionnaire ha dei simboli riassuntivi del valore, come dire?, “banderuolesco” dei personaggi. Al posto delle “forchette” dei vademecum ga- stronomici, il Dictionnaire usa le “bandierine”. Noi faremo lo stesso, ma aggiungeremo anche le “posate” perché una cosa è arrabattarsi tra una lista e l’altra pur di conservare una sedia in un consiglio comunale, e un’altra è abbandonare lo schieramento in cui si è stati eletti pochi giorni prima e passare al “nemico” per una bella poltrona ministeriale. Vedi Tremonti. Gli anonimi redattori francesi però sono più fortunati di noi. Al Dictionnaire non manca di certo materiale umano. La Francia del 1815 è reduce, dall’89 in poi, da continui mutamenti di regime e, stando allo spessore del volume, non sono stati pochi coloro che li hanno attraversati tutti indenni, anzi con profitto. Al contrario, noi ci dobbiamo accontentare di una Prima e di una quasi Seconda repubblica.

I nomi, nel Dictionnaire, appaiono in rigoroso ordine alfabetico. Si va da Aboville (nasce giacobino muore commendatore di Luigi diciottesimo) a Zangiacomi (membro della Convenzione nazionale, barone dell’impero napoleonico, approdato alla Corte di cassazione nella Restaurazione). Naturalmente la maggior parte dei nomi ormai ci dice poco o nulla, sono quelli di burocrati, magistrati e intellettuali di cui s’è perduta memoria. Mezze figure disposte al servilismo indiscriminato. Anche solo per una manciata di benefici assai modesti. Ma non mancano i “pezzigrossi”. Il gualtieromarchesi dei voltagabbana è Talleyrand, con dodici bandierine. I tre vessilli di Benjamin Constant sono poca cosa in confronto ai sei di Vivant Denon, che attraversò, arricchendosi sempre più, le vicende storiche e artistiche del suo paese, da Luigi quindici a Carlo decimo. Ma nel con- fronto non ci dobbiamo abbattere.

 

Nella storia del nostro paese non siamo stati da meno dei nostri vicini transalpini. Recentemente ci è stato ricordato, e ci siamo tutti scandalizzati per un congruo numero di fascisti che all’ora giusta trasmigrarono direttamente nel Pci. Meno scandalo – chissà perché – ha sollevato la fuga in massa nella Democrazia cristiana di tutta la burocrazia e il potere intermedio fascista. ln un eccellente libretto, uscito qualche tempo fa, lo storico Sandro Setta racconta come gli industriali e i manager di Stato, quasi tutti fascistissimi, seppero cavarsela più che bene. Esemplare, in fatto di camaleontismo, la biografia lì riportata dell’imprenditore tessile, Franco Marinotti, della Snia Viscosa: mussoliniano, badogliano, filo- nazista, finanziatore delle Resistenza, filoinglese. Alla fine sarà proprio il Cln a riconoscere i suoi “meriti”.

Cercheremo d’essere stringati, ma non riusciremo mai a superare la tacitiana concisione della definizione che di Tallien seppe dare Carlo Emilio Gadda ne L’Adalgìsa: «ll giacobino, comunardo, convenzionale, maratiano e infine ex terrorista in fase di rinculo di cui è piena la storia, nonché, la cronaca». L’anno di pubblicazione è 1943, ma parla dell’oggi e di quanti stanno approfittando del polverone per disfarsi di pesanti bagagli e accaparrarsi un posticino nel Nuovo per riportarci tutti nel Vecchio. E siamo appena agli inizi. Per imitare la gaddiana concisione, un girella dei più lesti potrebbe essere già bollato così: democristiano di destra, poi antidemocristiano, poi referendario, poi antireferendario, poi fondatore d’un partito a sinistra, poi di nuovo al centro; in pochi mesi, in una successione alla ridolini, s’accorda con la destra exfascista, poi va con la destra moderata, poi con quella destra che non potendo ancora egemonizzare a destra sta al centro ma vota il centrosinistra. Di nuovo referendario, di nuovo democristiano. C’è anche chi ci costringe ad allargare la casistica del camaleontismo alla categoria di quelli che, nei momenti di passaggio, sanno operare addirittura su entrambe le sponde: un temibile concorrente al record di Talleyrand potrà essere Cossiga, che veniva da lontano, e seppe, contemporaneamente, con una mano, picconare il sistema ch’egli rappresentava al più alto livello, e dove era giunto con plauso quasi unanime, e con l’altra mano (grazie alla nomina d’una manciata di senatori a vita senza i requisiti necessari) prodursi nell’ultima e più spettacolare lottizzazione partitocratica della Prima repubblica.

Un’ultima avvertenza: tratteremo soltanto casi personali, ben consapevoli di trascurare il fenomeno più vistoso, che riguarda i trasformismi collettivi. Ma questi sono sotto gli occhi di tutti: forze politiche che cambiano nome ogni anno, partiti che ondeggiano, che dimenticano, che si ripuliscono.

Ma non possiamo terminare senza, prima, rendere omaggio a chi di Girella fu il primo vero cantore, quel Giuseppe Giusti che nel 1838 dedicò il suo Brindisi «al Signor di Talleyrand buon’anima sua», che proprio in quell’anno aveva concluso con la sua esperienza terrena, e con una sepoltura in abito talare, anche quarant’anni di giravolte. Lettura, un tempo, scolastica, ormai passata di moda, ma con riferimenti, per chi sa leggere, di grande attualità. Per questo ne riportiamo alcuni versi.

«Girella (emerito di molto merito),

sbrigliando a tavola l’umor faceto, perdé la bussola

e l’alfabeto; e nel trincare

cantando un brindisi della sua cronaca particolare,

gli uscì di bocca la filastrocca:

Viva Arlecchini e burattini grossi e piccini;

viva le maschere d’ogni paese;

le Giunte, i Club, i Principi e le Chiese.

Da tutti questi con mezzi onesti, barcamenandomi

tra il vecchio e il nuovo, buscai da vivere,

da farmi il covo.

La gente ferma piena di scrupoli,

 non sa coll’anima giocar di scherma;

non ha pietanza dalla Finanza. (. . .)

Io, nelle scosse

delle sommosse, tenni, per àncora d’ogni burrasca,

da dieci o dodici coccarde

in tasca.

Se cadde il Prete, io feci l’ateo, rubando lampade, Cristi e pianete, case e poderi

dei monasteri. (…) Se poi la coda tornò di moda, ligio al Pontefice

e al mio Sovrano, alzai patiboli

da buon cristiano.

La roba presa non fece ostacolo, ché col difendere

Corona e Chiesa, non resi mai quel che rubai. Viva Arlecchini e burattini,

e birichini;

briganti e maschere d’ogni paese,

chi processò, chi prese e chi non rese. Quando ho stampato,

ho celebrato

e troni e popoli, e paci e guerre; Luigi, l’Albero, Pitt, Robespierre, Napoleone,

Pio sesto e settimo, Murat, Fra’ Diavolo,

il Re Nasone, Mosca e Marengo; e me ne tengo.

Viva Arlecchini

e burattini, e Ghibellini, e Guelfi, e maschere d’ogni paese;

evviva chi salì, viva chi scese (…).

E adagio adagio

tra l’onde e i vortici, su queste tavole

del gran naufragio, gridando evviva chiappai la riva (…).

Viva Arlecchini

e burattini, e teste fini; viva le maschere d’ogni paese,

viva chi sa tener l’orecchie tese.

Quante cadute si son vedute!

Chi perse credito, chi perse il fiato, chi la collottola

e chi lo Stato.

Ma capofitti cascaron gli asini; noi valentuomini siam sempre ritti, mangiando i frutti del mal di tutti».

2.  2011

Qualcuno ha definito il parlamento italiano «qualcosa a metà strada tra un suk e una norcineria di paese».

Chiediamo scusa ai suk e alle norcinerie, che sono luoghi di compravendita dignitosissimi, ben più decorosi dell’attuale Montecitorio. Berlusconi ha fatto enormi danni al paese in questi ultimi sedici anni, difficile stilare una classifica delle sue azioni eversive. Ma certa- mente comprarsi pubblicamente un mucchietto di parlamentari e far soste- nere la sua maggioranza da questo manipolo di mercenari sono lo sbrego più grave al parlamentarismo. Il Grande Corruttore di giudici, di minorenni, di avvocati e infine di deputati e senatori ha distrutto l’istituzione parlamento. Nella nostra democrazia, mai davvero amata da tutti, il qualunquismo da sempre mina le istituzioni. Ma se al qualunquismo si regalano argomenti così ghiotti, la fine è vicina. Sulle pareti del Transatlantico della Camera si dovrebbe apporre una lapide con i nomi di questi voltagabbana “tanto a voto”e del loro corruttore. A memoria futura.

In altri tempi, nel momento di passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, prese vigore un corso analogo, e anche allora c’era poco da meravigliarsi, perché il nostro paese è quello che al trasformismo ha dedi cato una parte cospicua della sua storia unitaria. Ma c’è Trasformismo e Trasformismo. Quello attuale ha caratteristiche così ripugnanti che facciamo fatica a ricondurlo alle esperienze passate. Oggi non abbiamo un leader ma un Padrone, ogni rapporto è regolato dai quattrini. Tutto è comprabile e tutto è vendibile. Anche una maggioranza parlamentare o la sua opposizione. Nel recente passato i vol- tagabbana si giravano il cappotto usato, ora trovano chi glielo compra nuovo.

La rivoluzione sta nel fatto che oggi tutto avviene sfacciatamente al- l’aperto. I protagonisti si vantano delle loro gesta e ostentano il più assoluto disinteresse per i loro vecchi elettori. Oggi i neo-trasformisti corrono dietro ai giornalisti per raccontare come hanno ceduto alla corte di Arcore, proclamano motivazioni che dovrebbero farli arrossire dalla vergogna (persino «ho un mutuo da pagare»), usano la stampa per comunicare al Corruttore che stanno aspettando con ansia la sua telefonata; dal canto suo, il Corruttore fa tutto alla luce del sole, enumera i posti governativi che può distribuire, si mostra soddisfatto di questa accozzaglia di assoldati. D’altronde, la sua filosofia pubblica è stata esposta sui giornali dalla sua consigliera regionale Minetti: le puttane è più conveniente farle pagare dallo Stato.

Siamo consapevoli che nella cosa pubblica c’è una grande differenza tra la sfacciataggine e, almeno, il rispetto della forma. Quindi i nostri lettori non ci giudichino superficiali se accumuniamo i vecchi e i nuovi trasformisti. Conosciamo le differenze e lo dimostriamo ri- pubblicando con qualche variazione un vecchio articolo che scrivemmo nel 1998 su “Critica” dove è descritta una minuziosa casistica delle numerosissime varianti che spingono il Trasformista ad essere Trasformista. Rileggendolo, ci sono venuti i brividi al pensiero che alcuni trasformisti citati hanno potuto raggiungere i propri obiettivi e quindi farsi propagandisti del trasformismo di successo. Auspicavamo che potesse costituire la Prefazione a un Dizionario dei Girella. Un tomo voluminoso assai. Tanto per sorridere amaramente sui destini, che si intravedevano già allora tragici, della vicenda italiana. Le più fosche previsioni di quei tempi sono state largamente superate. Quindi ritorniamo sul tema sempre più bruciante. E per non confidare in speranze destinate a non realizzarsi, questa volta il dizionario ce lo facciamo da soli, passo passo. Certo, però confidiamo nei nostri lettori. Ci aspettiamo che siano loro a segnalarci, soprattutto dalla periferia, i campioni sconosciuti di una razza così fiorente. Perché rispetto al ’98 purtroppo dobbiamo tener conto che le amministrazioni locali hanno seguito, e di gran lunga superato, la politica nazionale sia in corruzione sia in trasformismo. Se gran parte delle amministrazioni sono in mano a Comitati d’affari ciò è dovuto all’assenza di partiti capaci di svolgere il loro ruolo di portatori di valori e di interessi politici e non affaristici. Per ora non vediamo il rimedio.

 

 

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