FALSA PARTENZA

di giovanni vetritto

La nomina di Ursula Von Der Leyen al vertice della Commissione europea è stata la maldestra conclusione di una fase di apertura della nuova legislatura europea che non è esagerato definire  preoccupante per il basso profilo.

Di fatto, il negoziato per le nomine si è aperto come se le elezioni non si fossero affatto tenute e se i relativi risultati non contassero nulla. Anzi, se una attenzione è parsa emergere, è stata quella alle potenziali reazioni, sulle singole decisioni, dei cosiddetti “sovranisti”: ovvero, gli unici certi sconfitti delle elezioni, i “barbari” che dovevano conquistare il continente, che solo un anno fa tutta la stampa mainstream d’Europa temeva come potenziali imminenti dissolutori di mezzo secolo di sforzi per l’integrazione, e che hanno viceversa avuto un risultato elettorale catastrofico, e insoddisfacente perfino nei due Stati ancora democratici nei quali la loro pur parziale affermazione è innegabile (ovvero Francia e Italia; del tutto improprio allargare la visione a uno Stato ormai pressoché del tutto privo dei requisiti democratici minimi qual è l’Ungheria di Orban).

Di fatto si è aperto, un minuto dopo l’apertura formale della legislatura, il solito balletto a 4; due Stati, Francia e Germania, e due partiti, PPE e PSE. Come se il PPE non avesse subito una chiara battuta d’arresto, come se il PSE non avesse avuto uno storico tracollo, come se i Verdi non fossero ormai con tutta evidenza l’unica forza politica di sinistra in Europa dotata di voti e prospettive, come se il clamoroso risultato inglese dei liberali (unici chiari sostenitori del remain della terra d’Albione) non avesse nulla da dire ai negoziatori della folle questione britannica.

Imperterriti, gli autonominati padroni delle istituzioni di Bruxelles sono partiti, secondo gli accordi ante elezioni, dall’idea di porre a capo della Commissione il socialista Timmermans, persona degna e perfino di spessore, ma di una famiglia politica reduce da una batosta elettorale senza precedenti.

Hanno abbandonato questa via, a quanto si è colto, più per la fronda interna al PPE e per la netta opposizione delle formazioni fascistoidi appena, a loro volta, sconfitte che in virtù di un dialogo con le formazioni chiaramente vincitrici, quella liberale e quella verde. Addirittura hanno pagato una sorta di inspiegabile pegno d’onore ai socialisti mettendo uno di loro a capo del Parlamento; e per di più il meno socialista, un dignitoso cattolico democratico italiano di non esaltante profilo sui contenuti.

Il leader dei liberali (non chiamiamolo mai più “leader liberale”, per carità verso quella nobile tradizione culturale e politica) ci ha messo del suo, annunciando un risibile  cambiamento di nome del suo gruppo parlamentare, che abbandona il riferimento alla liberaldemocrazia proprio mentre cresce il voto di coloro che evidentemente proprio quella tradizione vogliono difendere.

I Verdi sono rimasti gli unici a fare un discorso politico, a tenere in considerazione l’esito elettorale, a salvare faccia e dignità.

Con queste premesse, la legislatura si apre malissimo e l’impressione che l’Europa perderà ulteriore credibilità e consenso presso gli elettorati appare quasi scontata.

Certamente non hanno nulla di che rallegrarsi o essere ottimisti i federalisti come chi scrive; ma a questo siamo ormai abituati. Ma che il malcontento per la gestione ispirata alla più trita realpolitik vada molto oltre di loro è un fatto talmente palese da essere innegabile; che la complessiva tenuta elettorale dell’idea d’Europa abbia però penalizzato i partiti responsabili della gestione in sordina delle istituzioni dell’integrazione, a favore di un metodo francamente intergovernativo, lo è altrettanto; che i veri vincitori siano stati i partiti più coerentemente europeisti è sotto gli occhi di tutti.

Altrettanto evidenti sono le ragioni della disfatta elettorale dei sovranisti e le idee che accomunano la stragrande maggioranza degli elettori che si sono pronunciati per l’Europa, nella forma minima dei partiti funzionalisti allo stremo o in quella massima del federalismo e del rilancio di una Europa all’attacco.

Soprattutto queste ultime sono chiarissime. Critica del marginalismo stantio delle istituzioni economiche internazionali, volontà di una svolta verde finalizzata non solo alla sostenibilità ambientale dell’economia e della produzione ma anche a un effettivo cambiamento di classi dirigenti e coalizioni di interessi ormai estrattive di sola rendita, richiesta di politiche espansive e keynesiane, individuazione di una sostenibile strategia di rilancio dell’occupazione pure in presenza di una transizione tecnologica labour saving, voglia di una Unione effettiva e ambiziosa da tempi di Delors, consapevolezza chiara che le grandi questioni sul tappeto richiedono unna massa critica che non può in alcun caso avere dimensione minima inferiore al continente unito e strategicamente orientato: che si parli di cambiamenti climatici, di questione migratoria, di rilancio delle caratteristiche distintive del sistema produttivo e industriale che accomuna gli Stati europei, di strategia per fronteggiare gli storici mutamenti geopolitici, di tenuta del sistema contro i rischi insiti nel neocolonialismo tecnologico condotto attraverso l’utilizzo perverso e spionistico delle nuove tecnologie da parte dei giganti del nuovo ordine mondiale.

Di tutto questo, chiuse nella loro autoreferenzialità, le oligarchie che menano le danze verso il disastro dell’Europa paiono non volere proprio prendere atto.

Sollevate da un risultato elettorale di certo superiore alle loro aspettative, ne equivocano il senso e pensano, evidentemente, di poter andare avanti secondo le loro logiche, business as usual.

Si tratta di un errore storico enorme e addirittura inspiegabile. Che rischia di tirare ancora più la corda a favore delle forze disgregatrici che gli elettori hanno respinto in primavera. Ma per quanto ancora?

2 commenti su “FALSA PARTENZA”

  1. Ma io qualcosa di positivo nella elezione della tedesca lo vedo. Se non altro si e’ stanata la Germania – che ancora una volta voleva piazzare un signor nessuno a capo della commissione, come aveva fatto nel 2014 con Juncker – e la si e’ costretta ad assumersi la responsabilita’ della costruzione europea. Perche’ e’ chiaro a tutti che l’Europa unita necessita dell’impegno della maggior nazione che ne fa parte, per numero di abitanti e per rilevanza dell’economia, e cioe’ della Germania, che fino ad ora si e’ presa tutti i benefici dell’Europa unita senza assumersene gli oneri. E’ poco? Boh, considerando la qualita’ della classe politica europea – che rispetto a quella italiana e’ solo di un pelino superiore – direi che e’ gia’ tanto.

  2. Caro Giovanni condivido buona parte della tua analisi.
    La cosa grave da aggiungere è che sono stati determinanti i voti dei
    5stelle e che la candidatura è frutto di un compromesso. Quando durerà? Vedo una forte insidia all’orizzonte per le forze progressiste.
    Attenzione a non cadere in una trappola tutta all’interno del partito
    popolare che tiene i piedi in due staffe: guarda ai socialisti ma
    strizza l’occhio ai sovranisti. Occorre coraggio in un momento
    delicato per la storia d’Europa e degli europei.
    Un abbraccio.
    Luigi Tangredi

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