IL SENSO DELLO STATO E DEL DOVERE: DA QUINTINO SELLA A GIOVANNI TRIA

di pippo rao

Quando, nel 1864, Quintino Sella assunse l’incarico di Ministro delle Finanze nel governo Lamarmora, si pose subito l’obiettivo di ridurre il grave deficit dello Stato ricorrendo a due provvedimenti: rigorose economie di spesa e tassa sul macinato, che, essendo stata bocciata dal Parlamento, provocò le sue immediate dimissioni.

Qualche anno dopo, Sella tornò a gestire lo stesso Ministero col governo Lanza, e proseguì nella sua azione di risanamento del deficit aumentando le imposte indirette.

Avvertito dai suoi amici che le elezioni ormai prossime avrebbero penalizzato la destra liberale, Sella proseguì senza cambiare registro sino alle dimissioni, convinto di dovere operare per “evitare all’Italia il disonore e i danni del fallimento”, e non per aumentare, ad ogni costo, il consenso elettorale della sua parte politica.

Tutto il contrario di quanto accade oggi col Ministro Tria, espressione del governo pentastellato, chiamato e forse obbligato a sostenere malvolentieri una manovra che aggrava il debito pubblico (siamo i primi in Europa!), che viola le norme costituzionali e quelle dell’UE, e che non da certezze sulla crescita degli investimenti, del lavoro e del prodotto interno lordo.

Un governo ed un Ministro, quelli attuali, che si sono dati quale primo obiettivo la ricerca del consenso elettorale anche a costo di una bancarotta dello Stato, per altro privilegiando anche un provvedimenti di deresponsabilizzazione come il così detto reddito di cittadinanza, che poi in realtà è tale solo nelle enunciazioni propagandistiche a cui abbiamo assistito.

La manovra, insomma, non si occupa di una redistribuzione di ricchezza, che non c’è, né di crearne nuova, ma di riversare sui giovani di oggi e di domani il peso del gravoso debito per decenni.

Perché i debiti, come sanno tutti, salvo i nostri attuali governanti, prima o poi si pagano!

Il problema del debito e del welfare non si risolve, come direbbe ancora oggi Einaudi, col sofisma della scarsità dei beni, ma aumentando la ricchezza grazie al lavoro, incentivando gli investimenti per favorire la produzione, bloccando rigorosamente tutti gli sprechi assistenzialistici e clientelari.

In conclusione, sia il gelo con cui ieri l’altro l’Europa ha accolto la proposta di manovra finanziaria del governo italiano, e in particolare l’allargamento della distribuzione di risorse che non ci sono, ci dicono che stiamo superando il punto critico verso un baratro politico-economico che metterà a rischio i risparmi degli italiani, e, in prospettiva, anche la libertà dei cittadini.

Legga Tria la nota di Sella (i principi non sono mai datati!) ”In difesa del macinato” e ne tragga le conclusioni, comprendendo che uno Stato liberale non può estendere i propri compiti solo per soddisfare le promesse elettorali che altri hanno fatto, e che il governo di una democrazia liberale, e soprattutto il Ministro dell’Economia. pensa prima di tutto ai suoi doveri verso lo Stato-

In caso contrario, vorrebbe dire che la “democrazia illiberale”, se anche non è già in atto, è certamente negli atti di questo governo.

da Rete Liberale 

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