DEMOCRAZIA E SORTEGGIO. A PROPOSITO DI UN ARTICOLO DI NADIA URBINATI

di paolo fai

La democrazia nell’antica Atene era regolata da elezioni per alzata di mano e per sorteggio. Le più diffuse erano quelle per sorteggio. La fonte antica più autorevole, che più e meglio di tutte quelle in nostro possesso illustra le procedure elettorali in Atene, è la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, testo fondamentale per conoscere la storia, politica e costituzionale, di Atene, composto dal filosofo forse pochi anni prima della sua morte, avvenuta nel 322/21 a.C.
Diviso in due parti, dall’inizio al cap. 41, il trattato offre una panoramica degli avvenimenti storici dalla figura del mitico Teseo fino alla restaurazione della democrazia nel 401 a.C.; a partire dal cap. 42 fino alla fine (cap. 69), invece, lo sguardo di Aristotele si appunta sulla “macchina” costituzionale, sulle cariche pubbliche e sull’organizzazione dei tribunali in Atene.


La maggior parte delle cariche pubbliche veniva affidata al sorteggio, ma per quelle cariche per le quali occorreva competenza specifica, militare specialmente, ma anche politica, l’elezione avveniva per alzata di mano nell’assemblea popolare, alla quale potevano partecipare tutti i cittadini maschi maggiorenni e liberi di Atene, i cui genitori fossero entrambi ateniesi (legge del 451/450 a.C., voluta da Pericle!). Democrazia elitaria, dunque, dal cui corpo civico era esclusa una massa di molte migliaia (forse 200mila o perfino di più) di “non persone” costituita da donne, schiavi e meteci (stranieri trasferitisi ad Atene). Bisogna però precisare che, a fronte di una popolazione elettorale, attiva e passiva, di circa trentamila ateniesi, generalmente all’assemblea partecipavano in circa cinquemila, quindi appena un sesto (per ottenere l’ostracismo nei confronti di qualche personaggio accusato di aspirare alla tirannide, occorrevano ben seimila voti favorevoli – almeno questa è l’interpretazione comune –, perciò dovevano trattarsi di assemblee con all’ordine del giorno argomenti parecchio “caldi” quando sulla collina della Pnice si recava anche chi abitualmente la disertava).
Quindi, come questi dati inconfutabilmente dimostrano, anche ad Atene la disaffezione per la politica era fenomeno (lo chiameremo patologia?) di vaste dimensioni, tanto che gli oligarchi, che cercavano in tutti i modi di abbattere quel regime (la democrazia) per loro oppressivo, quando riuscirono ad attuare una rivoluzione, nel 411 a.C., e si insediarono al potere (ma per pochi mesi), cercarono subito di attuare una riforma che prevedeva che la cittadinanza fosse limitata a soli cinquemila ateniesi (va da sé, benestanti!), volendo così sancire de jure quello che de facto avveniva. Quando, qualche anno dopo, Atene cadde, alla fine del lungo e sanguinoso conflitto contro Sparta, e nel 404/403 a.C. al potere si insediarono i famigerati Trenta Tiranni, si attuò la riduzione ulteriore a 3000 uomini – e, come avverrà poi alla fine del IV secolo a.C., con l’esclusione dei nullatenenti dal novero dei cittadini a pieno titolo).
Da questi numeri irrisori rispetto a quelli degli Stati nazionali attuali, si concluderebbe che tutti gli ateniesi si conoscessero tra loro e potessero formulare, con competenza e cognizione di causa, il loro giudizio su chiunque si affacciasse sulla scena politica. Però, a scanso di inopportune e fuorvianti mitizzazioni, occorre dire che non molti cittadini ateniesi (nonostante l’antica Atene fosse, secondo Moses I. Finley, «il modello della società face-to-face, che forse può risultare familiare in una comunità universitaria di tipo anglosassone, ma che non ha riscontro oggi su scala municipale e tanto meno su scala nazionale») avevano piena consapevolezza dei loro diritti e dei loro doveri.
A tal riguardo, Plutarco, nella Vita di Aristide, 7, 7-8, racconta un celebre quanto istruttivo aneddoto: «Si racconta che, quella volta [la volta in cui fu Aristide a subire l’ostracismo (483 a.C.), per spiegare la cui procedura Plutarco aveva fatto una digressione], mentre gli elettori scrivevano i nomi sui cocci, un contadino, analfabeta e assai rozzo, consegnasse il suo coccio ad Aristide come al primo capitatogli e lo pregasse di scriverci sopra “Aristide”. Rimase meravigliato Aristide e avendogli domandato che cosa di male quello gli avesse fatto: – Niente – rispose – ; non lo conosco neppure, ma ho a noia di sentirlo chiamare dappertutto “il Giusto”. A tali parole Aristide non rispose nulla, scrisse il suo nome sul coccio e glielo restituì».
Ma – viene spontaneo chiedersi – quel cittadino zotico e ignorante era “uguale” ad Aristide? Era uguale, senza alcun dubbio. In quanto cittadino ateniese pleno jure aveva diritto non solo di partecipare alle riunioni dell’Ecclesia (l’Assemblea) ma anche di prendere la parola. È il diritto, inalienabile, della isegoría (diritto di parola e di proposta garantito a ogni cittadino, una manifestazione particolarmente significativa della sua uguaglianza e libertà, importante anche per consentire che tutto possa essere dibattuto liberamente davanti al popolo; essa discendeva dall’eguale partecipazione di tutti i cittadini all’esercizio del potere isonomía, e aveva il suo completamento nella parrhesía, che è un requisito del discorso pubblico, si esercita dunque tra cittadini in quanto individui, ed anche tra cittadini costituiti in assemblea) che fa della democrazia ateniese un unicum assoluto di democrazia diretta. È altresì evidente, inoppugnabilmente evidente, che un cittadino zotico e ignorante non ha gli strumenti minimi per intervenire, consapevolmente, in un dibattito politico di qualsiasi importanza. La logica conseguenza è che, pur vivendo ad Atene (ma un contadino era difficile che dimorasse ad Atene e partecipasse alle quaranta assemblee annuali), non ne costituisce parte attiva e dinamica del tessuto politico.
Per tornare al sistema binario, per elezione (alzata di mano) e per sorteggio, delle cariche pubbliche, basterà dire che la carica più importante, quella di stratego (carica collegiale – erano dieci gli strateghi), che, solo per semplificare, potremmo definire equivalente al nostro primo ministro o “premier”, era elettiva. Tuttavia, giusta l’etimologia della parola, la funzione primaria di quella carica riguardava la capacità di “guidare gli eserciti”, poi, in subordine, anche quella di sapere amministrare la cosa pubblica (che poi si parli di “età di Pericle”, si spiega col fatto che Pericle, pur essendo solo uno dei dieci strateghi, per famiglia, censo, cultura, carisma (come diremmo oggi, con Max Weber) aveva sugli altri nove un ascendente tale da imporsi e determinare le scelte di Atene per oltre trent’anni (Tucidide arriverà a scrivere che “ad Atene la democrazia c’era solo di nome, ma di fatto c’era il governo del primo cittadino”, Pericle appunto).
Erano eletti per alzata di mano anche i tassiarchi, gli ipparchi e i filarchi (cariche militari); Aristotele informa che le cariche militari potevano essere reiterate, cosa che non era possibile per nessun’altra magistratura.
Chi pensa, oggi, al sorteggio come soluzione alla crisi della democrazia, farnetica. Di recente lo ha sostenuto lo studioso belga David van Reybrouck nel libro, «Contro le elezioni – Perché votare non è più democratico», Feltrinelli 2015, pag. 158, i cui capitoli ha significativamente intitolato Sintomi, Diagnosi, Patogenesi, Rimedi. Perché la democrazia oggi, così come è, è seriamente malata.
Contro i «fondamentalisti delle elezioni» che «rifiutano di vederle come un ‘metodo’ che contribuisce alla democrazia, ma le considerano come uno scopo in sé, come un principio sacro avente un valore intrinseco inviolabile», van Reybrouck sostiene allora la necessità e l’urgenza di recuperare una procedura democratica dell’antica Atene, il sorteggio, «una formidabile scuola di democrazia». La democrazia rappresentativa avrebbe fatto il suo tempo, almeno da quando sono scomparsi i partiti di massa del secondo dopoguerra, caratterizzati «dalla fedeltà a un partito di propria scelta e da un comportamento elettorale prevedibile». Con la liquefazione del “socialismo reale”, l’incontrastato dominio del pensiero neoliberista «ha trasformato radicalmente lo spazio pubblico a partire dagli anni ottanta e novanta», riducendo il cittadino a consumatore e «le urne a un’avventura», mentre le elezioni sono diventate «un’accanita battaglia mediatica per ottenere i favori degli elettori».
Contestazioni indubbiamente valide e non fantasiose, quelle di van Reybrouck, ma la soluzione proposta, quella del sorteggio, si configura come molto aleatoria e poco praticabile. Come del tutto stolta è l’idea che la “nuova” democrazia si identifichi con i like del web, affollato – aveva ragione Eco – da un numero sterminato di imbecilli o – come li ha definiti Mentana – di “webeti”. Piuttosto, se è vero che per la nostra cultura la democrazia è il migliore dei sistemi possibili, o, per dirla con un celebre aforisma di Winston Churchill, “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”, è anche vero che, accettata la teoria delle élites come non incompatibile con il pensiero democratico, perché quella formula non resti un puro enunciato, è necessario insistere sull’educazione dei cittadini a vivere responsabilmente e consapevolmente il ruolo loro assegnato dalla nostra Costituzione, a riappropriarsi della centralità che spesso le oligarchie dei partiti usurpano.

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