UNA LEZIONE DI STILE

di riccardo mastrorillo

Sabato 24 marzo il Movimento 5 stelle e il centro destra hanno dato una nitida lezione di stile ad un Partito Democratico sempre più arroccato su posizioni incomprensibili. Nonostante le accuse di “inciucio” e altre amenità simili, ultimi strascichi di una pericolosa malattia che infesta il Pd da anni, cioè il non conoscere la storia del paese e lo scimmiottare il populismo dei 5 stelle, quello che è accaduto sabato ha un risvolto positivo per la politica italiana, che solo la miopia permalosa di una parte consistente dei democratici non riesce a cogliere.

Già nel 1968 l’allora maggioranza democristiana introdusse l’abitudine di concordare le  presidenze dei due rami del parlamento con l’opposizione, cedendo all’opposizione di sinistra la presidenza della camera, infatti Pertini, socialista, fu eletto al primo scrutinio con 364 voti (la maggioranza allora prevista era la metà più uno dei votanti), Successivamente nella VI legislatura Pertini fu eletto, sempre al primo scrutinio con 519 voti (da quella legislatura era entrato in vigore la norma che prevedeva la maggioranza dei 2/3 nelle prime 3 votazioni). Nel 1976 la Democrazia Cristiana offrì al Partito comunista la carica di Presidente della Camera e Pietro Ingrao fu eletto alla prima votazione con 488 voti, poi nel 1979 tocco a Nilde Iotti, sempre alla prima votazione. Non sono mancate in questi lunghi anni le voci di protesta, in particolare di Pannella e anche di Lucio Magri, al fine di promuovere un dibattito e quindi la possibilità di proporre formalmente e in modo trasparente delle candidature. La tradizione dell’accordo largo resistette fino al 1987, poi nel 1992, complice il clima di forte scontro polemico, la Dc impose alla 4a votazione l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro, che poco dopo fu eletto Presidente della Repubblica consentendo due mesi dopo il ripristino della consuetudine dell’accordo. Il 1 giugno 1992 la prima votazione si svolse con candidati di bandiera, la sinistra schierava Rodotà, i socialisti Labriola, i laici Biondi, Napolitano alla prima votazione ottenne solo 8 voti, alla seconda 18, alla terza 24, alla quarta 40, mentre Rodotà riduceva il suo consenso, la Dc votò alle prime 4 votazioni scheda bianca, fino a convergere alla 5a votazione su Napolitano. Con l’avvento del maggioritario iniziò il periodo dei Presidenti delle Camere espressione della maggioranza. Tutti eletti alla 4a votazione, quando il regolamento prevede, per la Camera la maggioranza  semplice e per il Senato il ballottaggio.

 Nel 2013, il Pd, benché non avesse la maggioranza assoluta al Senato, decise di imporre, non senza una dose di discutibile arroganza entrambi i presidenti, con la pessima scelta di votare scheda bianca alle prime votazioni, introducendo la brutta abitudine di votare i nomi solo quando la scelta fosse stata definitiva e la possibilità di successo a portata di mano. Impedendo quella abitudine alla scrematura, che per anni aveva portato il parlamento a scegliere effettivamente persone largamente condivise e non imposte da nessuno, utilizzando le prime votazioni come una sorta di primarie trasversali.

Questa volta non solo Salvini ha generosamente lavorato ad una soluzione largamente condivisa, che ha portato all’elezione di due figure non divisive, ma, d’intesa coi 5 stelle, aveva proposto al Pd di partecipare all’accordo, garantendo anche un’equa distribuzione delle vicepresidenze.

La risposta del Pd, è stata a dir poco puerile. Ed anche in questo caso quasi tutti i gruppi politici hanno scritto i nomi solo al momento decisivo.

La scelta di misurarsi con il confronto, espressa dai 5 stelle, è indubbiamente un segnale di evoluzione positiva di questo movimento, evoluzione che non può essere sminuita dalle starnazzanti dichiarazioni di alcuni esponenti del Pd.  Ancora una volta si è persa un’occasione di confronto costruttivo, e proprio nel giorno della disponibilità dei 5 stelle, è triste cogliere la chiusura del Partito democratico, che sembra imitare in peggio le brutte abitudini pentastellate, continuando a non capire la portata innovativa di queste elezioni politiche. Spiace constatare che tutti, Berlusconi compreso, hanno offerto una lezione di stile istituzionale ad un Partito democratico ancora confuso.

 

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