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Saman, le religioni monoteiste e i diritti umani

di carla corsetti

Le speranze di trovare Saman ancora viva sono praticamente svanite.
Le rivelazioni del fratello, anche lui presunto responsabile della aggressione familiare subita dalla ragazza lo scorso anno, non lasciano margine ad ipotesi diverse dall’omicidio.
L’uccisione di Saman è un femminicidio e come tale, ha le sue radici nella cultura patriarcale che si alimenta delle religioni abramitiche, nel caso di specie, dell’islam.

L’Ucoii, l’Unione delle Comunità Islamiche Italiane, ha emesso una fatwa, ovvero una condanna religiosa contro i matrimoni forzati e contro le mutilazioni genitali femminili.
Se per un verso le dichiarazioni dell’Ucoii rassicurano sulla presa di distanza verso le aberrazioni che maturano all’interno delle tradizioni islamiche, dall’altra suscitano una riflessione ulteriore che desta ulteriori preoccupazioni.

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LA DIFFERENZA

“Charlie Hebdo”, il settimanale umoristico francese, che ha pagato molto duramente la sua irriverenza contro il fanatismo islamico, ne ha fatta un’altra delle sue pubblicando una vignetta contro Erdogan e l’ipocrisia della sua severa morale. Come tutte le espressioni satiriche è una caricatura paradossale, perché  nessun islamico ha il minimo dubbio sul fatto che Erdogan non abbia mai bevuto alcolici o sollevato la gonna di una donna velata. Però i rapporti Turchia Francia sono precipitati. Ma certo non conviene ai settori fanatici e clericali dell’Islam proporsi come alternativa di “civiltà” alla Francia della libertà di opinione e di espressione, né ai settori moderati scandalizzarsi troppo. Berat Albayrak, il ministro delle Finanze e genero di Erdogan, ha commentato così (a dir la verità, con alquanta moderazione): «Quello che ha fatto “Charlie Hebdo” non è umorismo, è maleducazione!». In effetti, qualche giorno fa un terrorista islamico ha reagito ad alcune vignette di “Charlie Hebdo” sgozzando il professore Samuel Paty che le mostrava, invece il giornale che appartiene alla civiltà della libera espressione ha reagito con la presa in giro di un dittatore. Da una parte, “maleducazione”; dall’altra, brutale assassinio. La differenza è tutta qui.

LA STRANA CONVERSIONE ALL’ISLAM

La liberazione di Silvia Romano, la cooperante italiana sequestrata da terroristi 18 mesi fa, è stata segnata dalla notizia della conversione all’Islam durante la prigionia. E’ mancato, nella gioia per il ritorno a casa, un cenno all’affetto mostrato dagli italiani per la sua sorte e allo stesso sforzo compiuto dallo Stato. E rimane misterioso il corto circuito che può crearsi, in uno stato di angoscia e di smarrimento, tra la vittima e il carceriere, sino a spingere la prima ad abbracciare l’ideologia del carnefice

di angelo perrone *

Solo il tempo farà chiarezza, ci dirà qualcosa in più sulla “conversione” all’islamismo di Silvia Romano, la cooperante italiana liberata dietro il pagamento di un forte riscatto alla banda criminale jihadista di al-Shabaab che l’ha tenuta segregata per 18 mesi dal novembre 2018. E forse nemmeno quello, il tempo, lo renderà possibile a lei stessa prima che a noi, cioè al pubblico. Una conversione reale, oppure indotta? E quale la dinamica, durante l’abbrutimento della prigionia in mani tanto ostili?

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