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CASALINO, PERCHÉ LA DIFFUSIONE DELL’AUDIO NON È ILLECITA

di carlo melzi d’eril e giulio enea vigevani

I mezzi di informazione hanno diffuso la registrazione di un messaggio vocale, inviato dal portavoce del presidente del Consiglio Rocco Casalino a due giornalisti, nel corso della quale il primo suggerisce una notizia da pubblicare, badando però di attribuirla a una «fonte parlamentare» del suo stesso partito. Più precisamente, Casalino afferma che nell’ipotesi in cui non fossero trovati i fondi per finanziare il progetto di reddito di cittadinanza, il Movimento Cinque Stelle, ritenendo che la responsabilità non è del ministro Tria, bensì di un certo numero di dirigenti del ministero «che proteggono il solito sistema» attuerà una «megavendetta» e «tutto il 2019 sarà dedicato a far fuori quei pezzi di m…».

In altre parole, se si è ben compreso, l’esponente dei Cinque Stelle dà ai giornalisti una notizia: all’interno del Movimento si pensa che alcuni alti funzionari dello Stato facciano ostruzionismo rispetto ai “desiderata” del partito e che se non venisse ottenuto il risultato che la politica ha promesso, questi pagherebbero con il posto di lavoro.

Al netto delle valutazioni politiche, l’interessato ha lamentato che la pubblicazione del suo audio violerebbe «il principio costituzionale di tutela della riservatezza delle comunicazioni e, se fosse accertato che sia stata volontariamente diffusa ad opera dei destinatari del messaggio [anche] le più elementari regole deontologiche che impongono riserbo in questa tipologia di scambi di opinioni».

Analogamente, anche per un giurista quale l’attuale presidente del Consiglio Conte, la diffusione dell’audio configurerebbe condotte gravemente illegittime che tradiscono fondamentali principi costituzionali e deontologici. Della stessa idea il presidente della Camera Fico, il quale sembra pure lui sottolineare una sorta di violazione deontologica da parte dei giornalisti che non avrebbero rispettato il dovere di segretezza sulla fonte della notizia.

Ma è proprio così? A noi pare di no.

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I SOLITI TRUFFATORI BERLUSCONIANI

di Enzo Marzo

CRITICA LIBERALE E SENZA BAVAGLIO DENUNCIANO SALLUSTI, DIRETTORE DEL “GIORNALE”, ALL’ORDINE DEI GIORNALISTI PER MENDACIO  E GRAVE VIOLAZIONE DELLA DEONTOLOGIA GIORNALISTICA.

Lo so bene che è stata una campagna truffaldina: i segretari si sono fatti le liste come volevano, anche esagerando molto, Renzi ha violato platealmente lo statuto del suo partito, gli altri, anche quelli che avevano criticato una delle tante schifezze contenute nel Rosatellum, le pluricandidature, hanno trovato utile approfittarne più che ampiamente. Ugualmente nessuno si è risparmiato promesse a vanvera. Ma non si possono qualificare come vere  proprie truffe finché non saranno tradite, e saranno tradite. “Possibile”, il gruppo di Civati ha già presentato un’analisi del programma Pd, non quello risibile d’oggi, ma quello esibito per le elezioni politiche precedenti a quelle del 4 marzo e ha sottolineato quanto fossero scritte sull’acqua. Il rapporto è anche su questo sito. Abbiamo già scritto sulla campagna servile di quasi tutti gli organi d’informazione che hanno esagerato sulle creste di una decina di grillini e hanno sottostimano le porcherie di casa De Luca. Ma tutto questo rientra comunque nella libera scelta giornalistica di cui i direttori si assumono la responsabilità di fronte ai lettori. Altro invece è truffare l’opinione pubblica “sparando” a pochissimi giorni dal voto una vera e propria bufala. È il caso del “Giornale” di oggi 27 febbraio. Sallusti, mettendosi sotto i piedi la deontologia giornalistica e ricordando bene che più che direttore è impiegato di fatto di un frodatore dello stato, non ha voluto essere da meno e lo ha voluto compiacere sparando in prima pagina vere e proprie menzogne.

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