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SE SALVINI DIVENTASSE LIBERALE

[nella foto: una manifestazione fascio-leghista a favore di Salvini]

Il Capitano si dice pronto per “una rivoluzione liberale”. Allora dovrebbe cambiare idea su migranti, giustizia, sovranismo, populismo, diritti, omofobia e via dicendo. Tenendo a mente che un’agenda davvero liberale non porta voti.

di ugo magri

Spericolato e coraggioso Salvini, che senza “brain trust” o “think tank” alle spalle ma con l’aiuto del solo Marcello Pera annuncia una “rivoluzione liberale” mai vista in Italia: idea ciclopica buttata lì nel mezzo di un’intervista al “Corriere“ dove non si chiarisce il come e il quando, né viene approfondita la portata storica del progetto. Detta così, sembra la classica “supercazzola” sparata per fare un po’ di rumore e distogliere l’attenzione dalle Regionali andate storte, insomma un’arma di distrazione politica. Però è vero che le grandi conversioni ideologiche maturano un passo alla volta. Diamo dunque a Salvini il tempo necessario per passare dal populismo al liberalismo, partendo da Perón per approdare a Pera. E intanto che lui evolve, proviamo a immaginare che cosa farà il Capitano quando sarà diventato liberale al cento per cento.

Quel giorno la smetterà di dare addosso ai migranti. Si accorgerà che siamo tutti cittadini del mondo. Nell’ottica liberale “diverso” è bello, il mix delle culture una miniera di opportunità; l’immigrazione va controllata – si capisce – ma senza eccitare l’astio, senza proclamare “prima gli italiani” come ai tempi di “Faccetta nera”, senza trattenere i naufraghi a bordo delle navi. In Italia, annuncerà Salvini una volta diventato liberale, c’è posto per chiunque rispetti le leggi e abbia voglia di dare una mano. Difenderà i diritti umani ovunque vengano calpestati, prenderà di mira i regimi totalitari senza trascurare la Russia dove agli oppositori di Putin succedono cose strane. Nel nome delle “libertà liberali” Salvini diventerà un garantista vero. Mai più twitterà che è giusto sparare ai ladri dal balcone di casa, che questo delinquente deve “marcire in galera” e quell’altro andrebbe chimicamente castrato. La giustizia non è un Far West dove il ladro di cavalli viene appeso al ramo: ci sono pene severe bilanciate dalla speranza di redenzione. Forse Salvini non arriverà mai, come Marco Pannella, a battersi per carcerati, prostitute, spinelli liberi e trans. Però una volta completata la sua evoluzione liberale e forse anche libertaria contrasterà le pulsioni omofobe della Lega. Nel nome della “libera Chiesa in libero Stato” già sognata dal conte di Cavour, rinuncerà a esibire rosari nei comizi nonché a flirtare con i circoli più retrivi di Santa Romana Chiesa.

Fedele al vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, Matteo se ne andrà schifato dal gruppo sovranista europeo, frequentato da nazionalisti xenofobi come Alternative Für Deutschland, e pazienza se darà un dispiacere all’amica Marine Le Pen: i liberali degni del nome mai si aggregherebbero a certe comitive. Taglierà i ponti con Casa Pound, con gli estremisti di destra, con le teste rasate; se la Meloni vorrà rincorrerle, buona fortuna a lei e a tutti i Fratelli d’Italia. Non solo: estirperà dal suo lessico espressioni ducesche tipo “noi tireremo dritto” o “chi si ferma è perduto”. Sfogliando qualche classico liberale (ci sono intere biblioteche a disposizione) Salvini apprezzerà l’importanza dei “checks and balances”, degli organi di garanzia, delle tanto bistrattate guarentigie parlamentari. Subirà una mutazione antropologica, frequentando più spesso le istituzioni e di meno le piazze. Scoprirà che il popolo non ha sempre ragione, anzi quasi mai purtroppo, perciò meglio non riempirsene la bocca. Si pentirà di aver detto, dopo il referendum sul taglio degli onorevoli, che le Camere non sono legittimate a scegliere il successore di Mattarella. Si mangerà le mani per aver voluto reddito di cittadinanza e “quota 100”, che del liberalismo economico sono agli antipodi. Diventerà paladino implacabile del rigore, dei conti in ordine, dei risparmi pubblici e privati, del diritto di fare impresa.

Con un’avvertenza: l’agenda liberale di solito non porta voti. I liberali autentici, quelli affezionati all’idea, sono sempre stati quattro gatti, un’élite minoritaria nell’Italia degli assistenzialismi e degli sprechi, delle mafie e delle lobby, dei baciapile e dei perbenisti, delle combriccole e delle corporazioni, dei forcaioli e dei ruffiani. Perciò Salvini, se vorrà vincere le elezioni, lasci perdere la rivoluzione liberale di Piero Gobetti, che fu bastonato dai fascisti e riposa al cimitero Père-Lachaise di Parigi senza nemmeno un fiore sulla tomba. Tragga semmai ispirazione dal Cav, che all’inizio si proclamò liberale ma sempre all’acqua di rose e senza prendersi troppo sul serio.

[da “huffpost”, 11 ottobre 2020]

UN “IN” CHE STA PER DOMINIO: IL COGNOME DEL MARITO SULLE CANDIDATURE ELETTORALI

di  alessandro giacomini in *maestranzi.

Le prime tracce di assumere il cognome del marito si riscontrano nell’antica Roma, tutto ciò era di legge in quanto il matrimonio prevedeva l’affrancamento della donna alla podestà del marito, la cosiddetta “ Manus“, la manus era un diritto del marito di poter decidere perfino della morte della moglie. Purtroppo, pur balzando di parecchi secoli la situazione non si è evoluta, già in tempi più recenti il codice civile del regno d’Italia si esprimeva cosi : “ il marito è capo della famiglia, la moglie ne assume il cognome, ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda “. 

Lo stesso obbligo che si è palesemente notato nelle recenti consultazioni elettorali, l’aggiunta del cognome del marito sarebbe avvenuto d’ufficio, senza la richiesta dell’interessata, o meglio, le amministrazioni lo hanno inserito senza avvisare le elettrici. La possibilità di inserire il cognome del marito accanto a quello della consorte sulla scheda sui registri elettorali e sulle candidature esiste da almeno 20 anni, ma solo negli ultimi mesi il ministero dell’Interno ha fatto applicare questa possibilità, facendo stampare il nome del coniuge sulle tessere delle elettrici. L’articolo 13 della legge 30 aprile 1999 n.120 sulle “Disposizioni in materia di elezione degli organi degli enti locali nonché disposizioni sugli adempimenti in materia elettorale” disciplina le modalità di istituzione della tessera elettorale. Da segnalare pure diversi casi di donne separate con l’aggiunta del cognome del marito, un insopportabile passo indietro anche di sensibilità . Ma che significato ha dire la moglie di, forse le donne sposate non sono più se stesse ?

Un personale e simpatico esempio:

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I CANDIDATI INDECENTI (QUELLI INDICATI DALL’ANTIMAFIA), MA CE NE SONO MOLTI DI PIÙ

[nella foto: Carlo  Iannace, candidato nella lista De Luca , già sospeso il 31 marzo 2016 in base alla legge Severino per via della condanna in primo grado a 6 anni di reclusione e interdizione dai pubblici uffici per 5 anni].

Regionali, gli ‘impresentabili’ per l’Antimafia: “Nove in Campania, 3 in Puglia e uno in Valle d’Aosta”. Liste ‘pulite’ in quattro Regioni

È questo il giudizio dopo lo screening, in base alla Severino e codice di autoregolamentazione, delle liste elettorali nelle 7 regioni al voto: 5 “bocciati” a supporto di De Luca, quattro tra i candidati di Forza Italia e Lega. In Puglia due corrono per Emiliano. Il governatore: “Devono fermarsi subito”. Albani risponde: “Mi ritiro”. Diminuiscono quindi a 13 i volti “bocciati” rispetto ai 17 della scorsa tornata elettorale nelle regioni Continua la lettura di I CANDIDATI INDECENTI (QUELLI INDICATI DALL’ANTIMAFIA), MA CE NE SONO MOLTI DI PIÙ

ANDIRIVIENI TRA ESTREMA DESTRA E SINISTRA – ASSALTO A REGGIO CALABRIA DI INDAGATI, CRIMINALI ORGANIZZATI, INDAGATI E CONDANNATI, CORROTTI E FASCISTI, MA SOPRATTUTTO TRASFORMISTI DI OGNI RISMA – IL MIGLIORE È UN SANTONE CHE SI PROCLAMA “UNTO DAL SIGNORE”.

[Nella foto. Dopo aver eletto governatrice della Calabria un’ex deputata di Forza Italia che aveva dimostrato in televisione di non sapere neppure cosa fosse l’ISIS, la destra si è pentita ed è corsa ai ripari candidando Nezha Lazreq nella lista appoggiata dalla Lega per Salvini premier. Nezha è una vera combattente: con un fucile mitragliatore da guerra e il giubbotto antiproiettile si mostra pronta a respingere l’invasione dei terroristi musulmani provenienti  in bicicletta da Messina sulla pista della pieddina De Micheli. La guerriera, assieme a una sua task force, è stata già condannata in primo grado, a un anno e 6 mesi di carcere per sequestro di persona e lesioni aggravate. (red.)]

VOLENTIERI RIPUBBLICHIAMO UN ARTICOLO DEL FATTO QUOTIDIANO

Dagli indagati per corruzione alla condannata per sequestro di persona fino ai voltagabbana: la corsa dei 914 al Comune di Reggio Calabria

Lotta a 9 per la poltrona da sindaco. E dietro gli aspiranti successori di Falcomatà ecco la carica di chi corre per un posto in consiglio. Nelle liste anche una sorta di “santone” avvisato oralmente due volte per stalking dal questore e Nezha Lazreq, condannata in primo grado per sequestro di persona e in posa su Facebook con un fucile mitragliatore e il giubbotto antiproiettile

di Lucio Musolino | 6 SETTEMBRE 2020

Una campagna elettorale difficile quella per le comunali di Reggio Calabria. Il rischio del ballottaggio è dietro l’angolo ma il favorito è senza dubbio il sindaco uscente Giuseppe Falcomatà del Pd. La partita si gioca tra lui, alla guida di una coalizione di centrosinistra, e il candidato del centrodestra Antonino Minicuci scelto dalla Lega, provocando i mal di pancia di Forza Italia, per la corsa a Palazzo San Giorgio. In tutto sono nove gli aspiranti sindaci. Ci sono anche Saverio Pazzano della sinistra radicale, Klaus Davi, Fabio Foti del Movimento Cinque Stelle, Fabio Putortì con una lista civica, Maria Laura Tortorella, che guida la lista Patto civico, Pino Siclari del Partito comunista dei lavoratori e l’ex assessore comunale Angela Marcianò.

Dietro di loro un esercito di candidati per un posto da consigliere comunale: 914 complessivamente e tra questi ci sono indagati, condannati, imputati e nostalgici del fascismo. Non mancano naturalmente i trasformisti, le solite facce di chi sta con chi vince: prima alla corte dell’ex governatore Scopelliti, poi passati con Falcomatà e infine ritornati nel centrodestra a ridosso delle amministrative. È il caso di Demetrio Marino che, nel 2014, era stato eletto con il centrosinistra. Oggi si scopre di destra e si presenta con Fratelli d’Italia, un ritorno al passato, agli anni in cui gravitava attorno agli assessori dell’amministrazione sciolta nel 2012 per infiltrazioni mafiose.

Con lo stesso partito, corre Massimo Ripepi, il consigliere uscente che Giorgia Meloni ha piazzato capolista nonostante sia stato avvisato oralmente due volte per stalking dal questore di Reggio e sotto processo per diffamazione e danno di immagine nei confronti di una donna, un medico che frequentava la comunità religiosa della Chiesa cristiana “Pace” di cui è pastore. Dai suoi seguaci, Ripepi si fa chiamare “papà” e dal pulpito della sua chiesa si definisce “unto dal Signore”. “Chi si mette contro di noi – è tra le sue frasi più scenografiche – si mette contro Cristo, questo è matematico”. Una sorta di “santone” che, quando parla, supera più volte la linea di confine tra chiesa e politica: “Voi – dice durante le sue omelie – vi dovete schierare con me o contro di me”.

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IL TRIONFO DEL TRASFORMISMO : MELONI SI PRENDE “CANI & PORCI” – ELISABETTA GARDINI, COME VOLTAGABBANA NON LA BATTE NESSUNO – DALLE QUOTE ROSA ALLE QUOTE NERE

di giuseppe pietrobelli , “Il fatto quotidiano”,  30 agosto 2020

In Veneto Meloni prende tutti: 25 candidati su 55 vengono da altri partiti. Esodo da Forza Italia, ma anche Lega e M5s pagano dazio. Nomi storici, voltagabbana cronici, berlusconiani non più fedeli: le liste di Fratelli d’Italia per le prossime elezioni regionali sono piene di transfughi. È il frutto di una serrata campagna acquisti orchestrata dall’eurodeputato Sergio Berlato. C’è anche chi proviene da Salvini o Cinquestelle. E chi si avvale dei servizi professionali di uno spin doctor vicino al Pd.

Non era riuscito ad evitare una frecciatina, l’ex presidente provinciale di Coldiretti, nonché ex vicepresidente di Verona Fiere, Claudio Valente, quando ha annunciato l’adesione a Fratelli d’Italia, con candidatura alle prossime Regionali. Il 3 marzo scorso, presenti il coordinatore regionale Lucio De Caro e quello provinciale Ciro Maschio, aveva detto: “Io non provengo da alcun altro partito…”. Ha sbandierato l’unicità della propria scelta perché sul carro della Meloni, in Veneto, sono saliti tutti e di più, praticamente la metà dei candidati, provenienti in particolare da Forza Italia. Voltagabbana? Cambiacasacche? Forse. Sicuramente hanno trovato un polo d’attrazione di destra nel centrodestra. E così vengono strappati a ciò che resta dell’esercito di Silvio Berlusconi bacini di consenso e uomini che, andandosene, non hanno risparmiato critiche feroci. In Veneto Fratelli d’Italia presenta 55 candidati, 9 nelle cinque province più popolose, 5 a Rovigo e Belluno. La bellezza di 25 candidati hanno fatto il salto della quaglia, più o meno recente, frutto di una serrata campagna acquisti orchestrata dall’eurodeputato Sergio Berlato. C’è anche chi proviene da Lega o Cinquestelle. E chi si avvale dei servizi professionali di uno spin doctor vicino al Pd.

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Discoteche, i gestori dichiarano solo 18 mila euro all’anno: cifre da Caritas

di alessandro robecchi  [il fatto quotidiano ]

[nella foto: il tipico proprietario di una discoteca , che per sopravvivere è costretto a integrare i suoi miserrimi guadagni notturni chiedendo di giorno  l’elemosina]

C’è sempre da diffidare quando si sente la formuletta facile che recita: “Trasformare un problema in un’opportunità”. Di solito si intende che la sfiga resta per molti, quasi per tutti (il problema), e pochi, pochissimi, colgono la palla al balzo per guadagnarci (la famosa op­portunità). Insomma, mi scuso in anticipo se userò questa formuletta in modo un po’ libe­ro, ma insomma, i tempi sono quelli che sono e quindi sì, potremmo tentare davvero di tra­sformare un problema in opportunità.

CASO DI SCUOLA: gli aiuti che lo Stato, giusta­mente, elargisce ai settori in difficoltà, sia ai lavoratori (la cassa integrazione e gli altri ammortizzatori) che alle aziende. Distribuiti a pioggia e senza troppi controlli nei primi mesi dell’emergenza Covid, sono diventati u­na coperta – corta, come sempre – che ognu­no tira di qua e di là, sempre dalla sua parte, ovvio. Così la sora Meloni poteva tuonare “Mille euro a tutti”, dal bracciante a Briatore, e i capataz di Confindustria implorare di dar­li tutti a loro. Sono ben note le condizioni di partenza: una situazione drammatica mai vista, con il Paese chiuso, molte produzioni ferme, i lavoratori in casa, eccetera eccetera. Un errore, non aver messo limiti e paletti a­deguati alla distribuzione di soldi, vero, e un’unica scusante abbastanza potente: la fretta e – appunto – l’emergenza. Poi si è sco­perto che almeno il trenta per cento delle a­ziende ha fatto lavorare i dipendenti lo stes­so, pagandoli con soldi nostri (la cassa inte­grazione invece dello stipendio), il che è stato quantificato come un furto di circa 2,7 miliardi, non un dettaglio, in­somma. Questo il problema. Ve­niamo all’opportunità.

Il decreto di chiusura delle di­scoteche offre un buon esempio per la discussione. Attentato al li­bero mercato, dicono i gestori, con Salvini che si accoda, forse memo­re dei balletti con le cubiste del Pa-peete, e lady Santanchè che si fa ri­prendere mentre danza, si ribella, dice che la sua, di discoteca, non chiuderà. Tutto bellissimo. Poi vai a cercare qualche dettaglio ed eccolo qui. Proprietari e gestori di discoteche, a leggere gli studi di settore (quando ancora c’erano) e le dichiarazioni dei redditi degli anni succes­sivi, non superano in media i 18.000 euro di reddito annui, un giro d’affari che sembre­rebbe miserabile anche per una piccola salu­meria.

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Salviamo l’orsa JJ4 e fermiamo il leghista Fugatti che vuole abbatterla

di angelo bonelli

Nemmeno la saggezza delle due persone ferite dall’animale (difendeva i suoi cuccioli) che si sono dette contrarie alla sua uccisione sembra fermare il presidente della provincia di Trento. Abbiamo incendiato e cementificato boschi, sottratto sempre di più spazi al mondo animale e ora vogliamo che i boschi diventino la nostra dependance urbana

Nel 1982 usciva il film sperimentale Koyaanisqatsi diretto da Godfrey Reggio. Un documentario senza dialoghi e con collage di filmati che portano in un viaggio dentro la forza della natura e della sua bellezza per passare alla trasformazione impressa dall’uomo all’ambiente in un accelerazione progressiva ed impressionante d’immagini accompagnate da una bellissima e coinvolgente colonna sonora di Philip Glass. Koyaanisqatsi, che in lingua Hopi significa vita turbolenta che porta alla distruzione, è una metafora della vita moderna e della nostra società. Immaginiamo un giorno di svegliarci e passeggiare in un bosco o in una foresta e non sentire più alcun rumore, né di incontrare uccelli o animali. Una foresta senza animali muore: sarebbe un incubo. Quello che vorrebbe l’uomo è avere boschi e foreste sempre più simili alle realtà urbane luoghi dove gli esseri umani pensano di sentirsi sicuri come quando passeggiano nella strada sotto casa o nel giardino del proprio quartiere. Le foreste sono un’altra cosa e bisognerebbe andarci con attenzione e con rispetto. Le foreste mettono paura, la paura che avevamo nelle favole raccontate da piccoli, e quando l’uomo ha paura uccide.

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CAOS E PREOCCUPAZIONI SU “IMMUNI” – “Attenzione alla raccolta dati delle app anti pandemia” – Coronavirus, lettera aperta di 300 scienziati

L’hanno firmata in tutto il mondo, ma la maggior parte lavora in Europa. Le raccomandazioni ricordano le linee guida già pubblicate dalla Commissione Eu, eppure si teme che la scelta sbagliata possa portare ad un sistema di sorveglianza. Il sospetto nasce dall’abbandono del progetto Dp-3T che invece avrebbe evitato il rischio.  

di jaime d’alessandro [da “La Repubblica 20 aprile -21 aprile 2020]

LE APP per il tracciare i contatti fra le persone e contenere così la pandemia di coronavirus, chiamate di “contact tracing”, non sembrano conoscere pace. Mentre in tutto il mondo le stanno adottando, oltre 300 accademici e ricercatori, fra i quali nove lavorano in Italia, lanciano un appello perché non si prenda la direzione sbagliata.

“Siamo preoccupati che alcune soluzioni (…) si traducono in sistemi che consentirebbero una sorveglianza senza precedenti della società“, scrivono nella lettera aperta. “Dobbiamo garantire che preservino la privacy”. Nella stessa lettera si ricordano le linee guida della Commissione europea, alle quali la app italiana Immuni aderisce, ma si teme che non tutti le seguano.

In particolare, i 300 esperti puntano il dito su un aspetto, quello del sistema di raccolta delle informazioni, che loro vorrebbero decentralizzato mentre alcuni Paesi, come Francia e Germania, vanno verso la centralizzazione. “Ed è pericoloso”, spiega al telefono Dario Fiore da Madrid, ricercatore 37enne siciliano dell’Imdea che è uno dei portavoce della petizione. “Solo un sistema decentralizzato impedirebbe un domani di usare queste informazioni nel modo sbagliato”.

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LA DERIVA DEL “CORRIERE DELLA SERA” DI CAIRO

 
di professione reporter

  

E così, alla vigilia delle Festa della Liberazione del 25 aprile, il “ventennio che ha cambiato l’Italia” diventò il “Ventennio che ha sconvolto l’Italia”. Mussolini che ride nella foto, si fa serio.

E’ successo, nel giro di poche ore, al Corriere della Sera. Sulle pagine del giornale è stata pubblicizzata una serie di allegati sul fascismo. Grande foto di Benito Mussolini, che sorride dal balcone di piazza di Venezia, davanti a un oceano di folla. E poi, sotto, il titolo sul “Ventennio che ha cambiato l’Italia” e  un testo che dice, fra l’altro: “Pagine avvincenti che ripercorrono origini e sviluppo di un sistema politico cruciale per la storia del nostro Paese, tuttora al centro di polemiche e discussioni. Una collana di grande attualità per riflettere sulla vulnerabilità della libertà umana e della democrazia”.

Sistema politico cruciale. Polemiche. Discussioni. Riflettere.

LINGUAGGIO ATTENTO

Un linguaggio molto attento a non prendere posizioni nette, a contenere tutto e il suo contrario. In aggiunta: la data d’inizio della vendita dei volumi assieme il Corriere è il 24 aprile, vigilia della Festa della Liberazione. Ricordiamo che come ogni anno negli ultimi anni questo giorno è fonte di scontri politici. Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, pochi giorni prima della ricorrenza ha scritto che “il Coronavirus ci ha fatto Pure il regalo, uno dei pochi, di liberarci della retorica del 25 aprile”. Il senatore di Fratelli d’Italia Ignazio la Russa ha proposto che il 25 aprile diventi la celebrazione dei caduti di tutte le guerre.Il 19 aprile il comitato di redazione del Corriere (Giuzzi, Ottolina, Sciacca, Spadaccino, Voltattorni) scrive al direttore Luciano Fontana: “Volevamo rassegnarti il nostro sconcerto e quello di tanti colleghi per la pubblicità apparsa oggi a pagina 34 del nostro giornale. Non vogliamo entrare nel merito delle scelte di chi decide i contenuti da vendere in allegato con il Corriere della Sera, ma pubblicizzare l’uscita di una collana sul ‘Ventennio che ha cambiato l’Italia’ con tanto di foto di un sorridente Benito Mussolini in una piazza stracolma di gente è sicuramente molto discutibile. Inoltre riteniamo decisamente di pessimo gusto programmare l’uscita del primo numero della collana per il 24 aprile alla vigilia dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo. Se non è più possibile rinviare ad altra data l’uscita della collana, almeno ti invitiamo ad una maggiore vigilanza sulle pagine promozionali inserite all’interno del giornale per salvaguardare la qualità del nostro lavoro quotidiano”.

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La trimurti In Bending spoons come soci anche i figli di B. La strana presenza del colosso Jakala

La trimurti In Bending spoons come soci anche i figli di B. La strana presenza del colosso Jakala
Dal renziano al big del marketing, chi c’è dietro

» MARCO PALOMBI [il fatto quotidiano]

Se tutto andrà come previsto dall’ordinanza del commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, la trimurti che darà vita all’app “Immuni” avrà, se non guadagni visto che si parla di una cessione a titolo gratuito, un enorme potere: miliardi di dati, e dei più sensibili e “preziosi”, su milioni di persone verranno veicolati dalla loro creatura digitale (e certo gestiti, almeno si spera, nel rispetto delle leggi sulla privacy).
È DUNQUE UTILE chiedersi: chi sono?

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CASSAZIONE SMENTISCE TRIBUNALI DI ROMA E (OVVIAMENTE) RESTAURA LA LIBERTÀ DI PENSIERO

Cassazione: “Non credenti hanno stessi diritti dei credenti”. Accolto ricorso contro il divieto d’affissione manifesti Unione Atei e Agnostici

L’episodio si riferisce a quando l’amministrazione veronese guidata dal sindaco di centrodestra, Federico Sboarina, aveva impedito l’affissione di dieci manifesti dell’Uaar perché trasmettevano un messaggio “potenzialmente lesivo nei confronti di qualsiasi religione”

di F. Q. | 17 APRILE 2020

Non credere è come credere, i diritti sono gli stessi. Lo ha stabilito la Cassazione: atei e agnostici hanno lo “stesso diritto paritario dei fedeli delle diverse religioni di professare il loro credo ‘negativo” ed è “vietato discriminarli nella professione di tale pensiero” del quale possono fare “libera propaganda”.

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UN PAPA CHE TEME DI PERDERE IL GREGGE

di marco marzano

Qualche giorno fa aveva raccomandato ai preti di star vicino ai malati, di visitare le loro case e di portar loro la comunione. Tre giorni fa ha detto ai vescovi, in riferimento alla decisione che molti di loro avevano preso, seguendo un suggerimento della Cei, di serrare le porte delle proprie chiese, che “le misure drastiche non sempre sono buone ”e contemporaneamente aveva deciso di riaprire quella della diocesi della capitale. Il papa pare insomma desideroso di evitare che il clero smobiliti in una situazione di emergenza come questa. La destra ha subito esultato e anche un cattolico influente come Enzo Bianchi (intervistato ieri l’altro dal nostro giornale) ha applaudito immediatamente e con entusiasmo le parole del pontefice.

QUALI SONO le ragioni di un comportamento che spinge la Chiesa Cattolica a remare in direzione oggettivamente contraria rispetto all’Italia, al Paese da una settimana obbediente alle indicazioni che provengono dalle autorità pubbliche e barricato in casa? Io ne vedo almeno due.

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