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“I DIRITTI DEI LETTORI”, UN NUOVO LIBRO DI ENZO MARZO, SCARICABILE QUI GRATUITAMENTE

La libertà di informazione è, bene o male, garantita da costituzioni e da leggi. I media, che avvolgono il globo con le loro reti, si dichiarano liberi, ma sono ovunque in catene. Questo libro di Enzo Marzo, I diritti dei lettori. Una proposta liberale per l’informazione in catene, con interventi di Luigi Ferrajoli e Stefano Rodotà (Biblion edizioni), non vuole essere solo un contributo al dibattito sul degrado avvilente della nostra stampa e televisione, ma soprattutto una proposta politica che deve coinvolgere quanti sono convinti che una delle basi fondamentali di un regime democratico è una comunicazione libera. Il tentativo è di far riconoscere che la comunicazione non ha due protagonisti, editori e giornalisti, bensì tre. Esiste anche il lettore, che oggi non possiede alcun diritto, ma è solo oggetto (pagante) di propaganda, di vere e proprie truffe e vittima di una assoluta opacità del prodotto che acquista.

Essendo una battaglia, vogliamo fare con l’esempio un piccolo passo verso la de-mercificazione dei prodotti culturali che, se fossero riconosciuti quel che sono, ovvero un bene pubblico, dovrebbero avere una circolazione gratuita. Per questo offriamo a chiunque di scaricare il testo integrale del libro. Vi chiediamo in cambio soltanto di contribuire alla diffusione del libro inoltrando a tutti i vostri conoscenti il link da cui lo si può scaricare  e di partecipare al dibattito sulle nostre idee con commenti, critiche e proposte, cui cercheremo di dare la massima diffusione.

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BIBLION EDIZIONI

I DIRITTI DEI LETTORI: PER UN’INFORMAZIONE “LIBERATA”

Biblion Edizioni annuncia l’uscita di una nuova pubblicazione: I diritti dei lettori. Una proposta liberale per l’informazione in catene di Enzo Marzo, direttore di “Critica Liberale” e portavoce della “Società Pannunzio per la libertà d’informazione”.

I diritti dei lettori, primo volume della collana “Biblioteca di Critica Liberale”, si concentra sulla necessità di proteggere il lettore, consumatore, oggi, di un’informazione non libera, mediante una politica autenticamente liberale volta a garantire una comunicazione di qualità. L’importanza di uno Statuto, ideato da Enzo Marzo e sostenuto dagli interventi di Luigi Ferrajoli e Stefano Rodotà, si concretizza non solo nel far rispettare finalmente le norme vigenti, ma nel fondare un vero “diritto dei lettori” a un’informazione non inquinata e trasparente. Sono infatti proprio i lettori i protagonisti di un processo conoscitivo essenziale affinché una democrazia sia davvero tale.

«La libertà di informazione è, bene o male, garantita da costituzioni e da leggi. I media che avvolgono il globo con le loro reti si dichiarano liberi, ma sono ovunque in catene. I vincoli, beninteso, sono sempre più virtuali, invisibili, legano le menti e le indirizzano. Quando ci decideremo a fondare giornali strutturalmente liberi? Quando i lettori saranno riconosciuti soggetti di diritti da tutelare?»

 Enzo Marzo, giornalista del “Corriere della Sera” per 35 anni, ha fondato nel 1969 il periodico “Critica liberale” che ancora dirige. È direttore di “Nonmollare – quindicinale online post azionista” e presidente della Fondazione Critica Liberale. Nel 1998 è stato ideatore del “Manifesto laico”, nonché coautore dell’omonimo libro edito da Laterza. Insieme con Paolo Sylos Labini ed Elio Veltri ha fondato “Opposizione civile”, una delle prime associazioni della società civile che si è adoperata contro il regime berlusconiano. Già docente di Profili deontologici della professione giornalistica presso la Scuola Superiore di Giornalismo (LUISS), è tra i fondatori e portavoce della “Società Pannunzio per la libertà d’informazione”. Ha scritto: La voce del padrone. Saggio di liberalismo applicato alla servitù dei media, Edizioni Dedalo, 2006.

Giulia Orsenigo

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REPUBBLICA 3.0 – 3 – BERNARDO VALLI ABBANDONA REPUBBLICA E LA QUESTIONE ISRAELIANA

da Professione reporter
 

Bernardo Valli, 90 anni, inviato in ogni teatro di crisi e di guerra del mondo, è tornato a scrivere sull’Espresso, con la sua rubrica “Dentro e fuori”. Ha lasciato Repubblica a metà settembre in seguito alle richieste di cambiare un suo articolo su Israele e più in generale per la politica del nuovo direttore Molinari sul Medio Oriente. L’intenzione era di lasciare tutto il gruppo, dove aveva prestato la sua opera per quarantatre anni. Ma il direttore dell’Espresso, Marco Damilano, l’ha pregato di proseguire la collaborazione almeno con il settimanale, dove nell’ultima -prestigiosa- pagina Valli si alternava con Roberto Saviano. “La pagina resta a tua disposizione- ha detto Damilano a Valli, che vive a Parigi. Dopo un paio di appuntamenti saltati, Valli ha scritto al direttore e ha annunciato che avrebbe mandato la rubrica per domenica 25 ottobre. “Sono felice e onorato”, ha risposto Damilano. Il pezzo affronta il tema della vecchiaia, Valli parte dal fatto che sempre più spesso sulla linee metrò Montmarte-Opéra-Montparnasse qualcuno si offra di cedergli il posto a sedere: “Di solito non ci faccio caso. Rifiutavo…”.

A Repubblica intanto si discute di due nuovi casi, che riguardano ancora il rapporto l’informazione su Israele.

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LA DIFFERENZA

“Charlie Hebdo”, il settimanale umoristico francese, che ha pagato molto duramente la sua irriverenza contro il fanatismo islamico, ne ha fatta un’altra delle sue pubblicando una vignetta contro Erdogan e l’ipocrisia della sua severa morale. Come tutte le espressioni satiriche è una caricatura paradossale, perché  nessun islamico ha il minimo dubbio sul fatto che Erdogan non abbia mai bevuto alcolici o sollevato la gonna di una donna velata. Però i rapporti Turchia Francia sono precipitati. Ma certo non conviene ai settori fanatici e clericali dell’Islam proporsi come alternativa di “civiltà” alla Francia della libertà di opinione e di espressione, né ai settori moderati scandalizzarsi troppo. Berat Albayrak, il ministro delle Finanze e genero di Erdogan, ha commentato così (a dir la verità, con alquanta moderazione): «Quello che ha fatto “Charlie Hebdo” non è umorismo, è maleducazione!». In effetti, qualche giorno fa un terrorista islamico ha reagito ad alcune vignette di “Charlie Hebdo” sgozzando il professore Samuel Paty che le mostrava, invece il giornale che appartiene alla civiltà della libera espressione ha reagito con la presa in giro di un dittatore. Da una parte, “maleducazione”; dall’altra, brutale assassinio. La differenza è tutta qui.

L’ALLEANZA CONTRO LA DEMOCRAZIA – FORZA NUOVA E CAMORRA

di marco miccoli

La saldatura tra malavita organizzata, ultras del calcio e neofascisti, non è nata nelle piazze di questi giorni, è un’alleanza consolidata da tempo.
Basta leggere le inchieste sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli, meglio conosciuto come Diabolik, capo indiscusso degli Irriducibili della Lazio.
In quelle pagine c’è tutto. Sono descritti esattamente il legame e gli interessi comuni che lo sostengono.

Spaccio di droga, usura, controllo delle sale giochi, investimenti nei locali della movida notturna, sono ormai da tempo il terreno su cui si è sancita quella saldatura.
Stanno scatenando la guerriglia contro le istituzioni, perché oggi le misure anticovid stanno pregiudicando i loro interessi. Lo fanno tentando di infiltrarsi in mezzo alla disperazione di molti imprenditori e lavoratori onesti, che vanno tutelati e staccati da quella violenta e intimidatoria protesta.
Le violenze sono organizzate e condotte da esperti della guerriglia e degli scontri di piazza. Hanno una regia ad iniziare dalle convocazioni delle manifestazioni.

Lo dico agli analisti e ai guru che ci spiegano che non è vero che dietro alle violenze c’è questo livello eversivo di organizzazione. Se non capite questo, lasciate stare l’analisi e continuate pure a scrivere fiction per le TV.
Comunque, se l’attacco alle istituzioni democratiche proseguirà, oltre alle giuste misure economiche di contenimento e all’opera della magistratura e delle forze dell’ordine, servirà anche una mobilitazione democratica.

 

TOTO’ E I DIABOLICI

[nella foto: Totò e Zingaretti]

Un italiano furbastro, reduce da molti fallimenti,  entra nel Pd e riesce a farsi candidare subito come capolista alle elezioni europee in un collegio arcisicuro, e diventa così parlamentare. Ovviamente non andrà mai a Strasburgo se non per ritirare lo stipendio (è il terzo in assenteismo dei 75 deputati europei italiani). Ha altro da fare: deve abbandonare dopo poche settimane il partito che lo ha fatto eleggere e organizzarne un altro in concorrenza, tanto per sparare contro il governo del Pd e candidare in Puglia un “personaggetto“ da quattro soldi pur di far perdere il Pd e  far vincere un consumatissimo candidato di estrema destra dal curriculum orripilante. L’operazione fallisce. Assieme a un altro “capitano di ventura” presuntuoso come Renzi raccoglie l’1,6 % dei voti. Probabilmente lo 0,8% per ciascuno. Evidentemente sia l’uno sia l’altro hanno pochi parenti in Puglia. Una persona con qualche dignità si ritirerebbe dalla politica, ma – si sa – le “azioni” di Calenda non conoscono la dignità e hanno cicli che durano qualche settimana. Per lui Sinistra e Destra si equivalgono, come Fitto e Zingaretti, ciò che conta è solo il suo personale potere.

Quindi si rimette in circolazione per fare il colpo grosso: la sindacatura di Roma. E qui ha un’idea geniale. A dirla tutta non è proprio sua, è di Totò.

Pensa: “ho venduto Fontana di Trevi ai piddini, perché non si dovrebbero comprare anche il Colosseo? Dopotutto sono quasi gli stessi che distrussero proprio a Roma il proprio sindaco e la propria Giunta con due anni di anticipo per regalare l’uno e l’altra al M5s. Sono gli stessi cui ho rifilato la fregatura di Strasburgo, appena un anno fa… Se ci sono caduti una volta, diabolicamente persevereranno anche la seconda”.

 

 

UN MILIONE DI PAGINE LIBERE DI ESSERE LETTE E STUDIATE

Intervista a Gianni Marilotti di Gian Giacomo Migone

Quando ho letto la delibera del Senato che rende accessibile al pubblico segreti sottratti agli stessi membri delle commissioni parlamentari d’inchiesta, non credevo ai miei occhi. Come storico dei rapporti tra Stati Uniti e Italia, constatare la partecipazione di un colonnello dei carabinieri e di agenti della Cia alla programmazione e all’esecuzione della strage di Piazza Fontana non è scoperta di poco conto, anche a mezzo secolo di distanza. Soprattutto apprenderlo dalla bocca di Paolo Emilio Taviani, per anni ministro dell’Interno e della Difesa, vice presidente del Consiglio in carica all’epoca della strage, rende i fatti da lui citati pressoché inoppugnabili, oltre che uno stimolo a ulteriori ricerche. Diversamente, ma altrettanto importante, la testimonianza di Taviani della piena conoscenza, da parte del governo e dei vertici della sicurezza dell’epoca, del ruolo da protagonisti di elementi neofascisti, e la conferma che la pista anarchica del caso Valpreda, del sacrificio della vita di Giuseppe Pinelli era un lucido disegno di occultamento della verità da parte del potere costituito dell’epoca. Gianni Marilotti, presidente della commissione Biblioteca e Archivio del Senato, con i suoi collaboratori, è stato il principale responsabile di questa preziosa innovazione nella prassi della nostra Repubblica.

Gian Giacomo Migone

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REPUBBLICA 3.0 – 1-“COPIANDO ARTICOLI DISCREDITI IL GIORNALISMO”

di  massimo alberizzi, Senza Bavaglio on 30 Ottobre 2020
Dopo la pubblicazione sul “New York Times” di un articolo sui Falun Gong  che Repubblica ha copiato, Massimo Alberizzi, membro della Giunta esecutiva della FNSI, ha inviato una lettera al direttore di Repubblica, Maurizio Molinari. Milano, 25 ottobre 2020

Caro Maurizio, con un certo dispiacere devo segnalarti un fatto abbastanza increscioso. La sua gravità mi ha da un lato amareggiato, ma dall’altro indignato. Ieri abbiamo pubblicato sul sito di “Senza Bavaglio” (www.senzabavaglio.info) su loro concessione la traduzione in italiano di un articolo del “New York Times”, uscito nell’edizione online il giorno prima . E’ un’inchiestona sulle infiltrazioni del Falun Gong nei media americani, fatte di disinformazione e fake news in favore di Trump e dell’estrema destra USA. Ecco il testo pubblicato del New York Times. Come vedi è datato 24 ottobre, giorno che mi è stato recapitato perché sono abbonato.

L’articolo è molto lungo e dettagliato. Noi l’abbiamo ripreso e tradotto in italiano

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SE SALVINI DIVENTASSE LIBERALE

[nella foto: una manifestazione fascio-leghista a favore di Salvini]

Il Capitano si dice pronto per “una rivoluzione liberale”. Allora dovrebbe cambiare idea su migranti, giustizia, sovranismo, populismo, diritti, omofobia e via dicendo. Tenendo a mente che un’agenda davvero liberale non porta voti.

di ugo magri

Spericolato e coraggioso Salvini, che senza “brain trust” o “think tank” alle spalle ma con l’aiuto del solo Marcello Pera annuncia una “rivoluzione liberale” mai vista in Italia: idea ciclopica buttata lì nel mezzo di un’intervista al “Corriere“ dove non si chiarisce il come e il quando, né viene approfondita la portata storica del progetto. Detta così, sembra la classica “supercazzola” sparata per fare un po’ di rumore e distogliere l’attenzione dalle Regionali andate storte, insomma un’arma di distrazione politica. Però è vero che le grandi conversioni ideologiche maturano un passo alla volta. Diamo dunque a Salvini il tempo necessario per passare dal populismo al liberalismo, partendo da Perón per approdare a Pera. E intanto che lui evolve, proviamo a immaginare che cosa farà il Capitano quando sarà diventato liberale al cento per cento.

Quel giorno la smetterà di dare addosso ai migranti. Si accorgerà che siamo tutti cittadini del mondo. Nell’ottica liberale “diverso” è bello, il mix delle culture una miniera di opportunità; l’immigrazione va controllata – si capisce – ma senza eccitare l’astio, senza proclamare “prima gli italiani” come ai tempi di “Faccetta nera”, senza trattenere i naufraghi a bordo delle navi. In Italia, annuncerà Salvini una volta diventato liberale, c’è posto per chiunque rispetti le leggi e abbia voglia di dare una mano. Difenderà i diritti umani ovunque vengano calpestati, prenderà di mira i regimi totalitari senza trascurare la Russia dove agli oppositori di Putin succedono cose strane. Nel nome delle “libertà liberali” Salvini diventerà un garantista vero. Mai più twitterà che è giusto sparare ai ladri dal balcone di casa, che questo delinquente deve “marcire in galera” e quell’altro andrebbe chimicamente castrato. La giustizia non è un Far West dove il ladro di cavalli viene appeso al ramo: ci sono pene severe bilanciate dalla speranza di redenzione. Forse Salvini non arriverà mai, come Marco Pannella, a battersi per carcerati, prostitute, spinelli liberi e trans. Però una volta completata la sua evoluzione liberale e forse anche libertaria contrasterà le pulsioni omofobe della Lega. Nel nome della “libera Chiesa in libero Stato” già sognata dal conte di Cavour, rinuncerà a esibire rosari nei comizi nonché a flirtare con i circoli più retrivi di Santa Romana Chiesa.

Fedele al vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, Matteo se ne andrà schifato dal gruppo sovranista europeo, frequentato da nazionalisti xenofobi come Alternative Für Deutschland, e pazienza se darà un dispiacere all’amica Marine Le Pen: i liberali degni del nome mai si aggregherebbero a certe comitive. Taglierà i ponti con Casa Pound, con gli estremisti di destra, con le teste rasate; se la Meloni vorrà rincorrerle, buona fortuna a lei e a tutti i Fratelli d’Italia. Non solo: estirperà dal suo lessico espressioni ducesche tipo “noi tireremo dritto” o “chi si ferma è perduto”. Sfogliando qualche classico liberale (ci sono intere biblioteche a disposizione) Salvini apprezzerà l’importanza dei “checks and balances”, degli organi di garanzia, delle tanto bistrattate guarentigie parlamentari. Subirà una mutazione antropologica, frequentando più spesso le istituzioni e di meno le piazze. Scoprirà che il popolo non ha sempre ragione, anzi quasi mai purtroppo, perciò meglio non riempirsene la bocca. Si pentirà di aver detto, dopo il referendum sul taglio degli onorevoli, che le Camere non sono legittimate a scegliere il successore di Mattarella. Si mangerà le mani per aver voluto reddito di cittadinanza e “quota 100”, che del liberalismo economico sono agli antipodi. Diventerà paladino implacabile del rigore, dei conti in ordine, dei risparmi pubblici e privati, del diritto di fare impresa.

Con un’avvertenza: l’agenda liberale di solito non porta voti. I liberali autentici, quelli affezionati all’idea, sono sempre stati quattro gatti, un’élite minoritaria nell’Italia degli assistenzialismi e degli sprechi, delle mafie e delle lobby, dei baciapile e dei perbenisti, delle combriccole e delle corporazioni, dei forcaioli e dei ruffiani. Perciò Salvini, se vorrà vincere le elezioni, lasci perdere la rivoluzione liberale di Piero Gobetti, che fu bastonato dai fascisti e riposa al cimitero Père-Lachaise di Parigi senza nemmeno un fiore sulla tomba. Tragga semmai ispirazione dal Cav, che all’inizio si proclamò liberale ma sempre all’acqua di rose e senza prendersi troppo sul serio.

[da “huffpost”, 11 ottobre 2020]

RICCHI E POVERI

«Quante volte, la domanda che si fa tanta gente: “Cosa posso comprare? Cosa posso avere di più? Devo andare nei negozi […] a comprare”». Così il Papa in occasione della Giornata della povertà. Noi abbiamo la risposta: se per il Natale non sapete come spendere 410 milioni di sterline della tredicesima, non andate per negozi. Piuttosto rivolgetevi alla Segreteria di Stato vaticana. E compratevi un bel palazzo e qualche appartamento nel centro di Londra. Fate come il cardinal Becciu, intanto sono soldi dei poveri…

la lepre marzolina – lunedì 16 novembre 2020

UN “IN” CHE STA PER DOMINIO: IL COGNOME DEL MARITO SULLE CANDIDATURE ELETTORALI

di  alessandro giacomini in *maestranzi.

Le prime tracce di assumere il cognome del marito si riscontrano nell’antica Roma, tutto ciò era di legge in quanto il matrimonio prevedeva l’affrancamento della donna alla podestà del marito, la cosiddetta “ Manus“, la manus era un diritto del marito di poter decidere perfino della morte della moglie. Purtroppo, pur balzando di parecchi secoli la situazione non si è evoluta, già in tempi più recenti il codice civile del regno d’Italia si esprimeva cosi : “ il marito è capo della famiglia, la moglie ne assume il cognome, ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda “. 

Lo stesso obbligo che si è palesemente notato nelle recenti consultazioni elettorali, l’aggiunta del cognome del marito sarebbe avvenuto d’ufficio, senza la richiesta dell’interessata, o meglio, le amministrazioni lo hanno inserito senza avvisare le elettrici. La possibilità di inserire il cognome del marito accanto a quello della consorte sulla scheda sui registri elettorali e sulle candidature esiste da almeno 20 anni, ma solo negli ultimi mesi il ministero dell’Interno ha fatto applicare questa possibilità, facendo stampare il nome del coniuge sulle tessere delle elettrici. L’articolo 13 della legge 30 aprile 1999 n.120 sulle “Disposizioni in materia di elezione degli organi degli enti locali nonché disposizioni sugli adempimenti in materia elettorale” disciplina le modalità di istituzione della tessera elettorale. Da segnalare pure diversi casi di donne separate con l’aggiunta del cognome del marito, un insopportabile passo indietro anche di sensibilità . Ma che significato ha dire la moglie di, forse le donne sposate non sono più se stesse ?

Un personale e simpatico esempio:

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