L’insostenibile leggerezza dell’imposta di successione

di riccardo mastrorillo

con uno scritto di luigi einaudi

In Italia l’imposta di successione è praticamente inesistente, si applica alle quote ereditate con una franchigia di un milione di euro a erede, l’aliquota varia tra un 4% e un 8%, il gettito dell’imposta di successione è inferiore al miliardo, una delle cifre più basse tra i paesi dell’OCSE, pari alo 0,11% del gettito fiscale complessivo. In Germania il gettito è di oltre 7 miliardi, pari allo 0,52% del gettito totale, in Francia è di 14 miliardi (l’1,38% del gettito complessivo), in sostanza, dopo gli Stati Uniti, l’Italia è il paese più generoso al mondo in tema di imposta di successione, nonostante, o forse, proprio per questo, sia uno dei paesi più ingessati rispetto alla mobilità sociale: le famiglie molto ricche restano molto ricche e molto difficilmente chi proviene da una famiglia povera diventa ricco. Secondo il rapporto annuale del World Economic Forum, primi al mondo in termini di mobilità sociale sono le economie del nord Europa, caratterizzate da sistemi di welfare altamente efficienti, da alti livelli di istruzione e mercati del lavoro altamente flessibili, l’Italia è solo al 34° posto. Peraltro le quote e le azioni delle società sono esentate dall’imposta di successione, e il calcolo sugli immobili è basato sul valore catastale, che, in quasi tutti i comuni, non è ancora aggiornato ai reali valori di mercato, introducento quindi anche una pesante discriminazione geografica.

La prima riduzione dell’imposta di successione venne fatta nel 2000 dal Governo Amato II, governo di centrosinistra, e abbatteva l’imposta di successione notevolmente, per fare un esempio, l’aliquota prevista all’epoca per patrimoni oltre l’equivalente del milione di euro era del 22%, nel caso di eredi diretti, e fino al 31% per gli estranei, La riforma Amato portò ad aliquote fisse, pari al 4% per i parenti in linea retta , il 6% per i parenti e l’8% per gli estranei. Nell’anno successivo il Governo Berlusconi abolì completamente l’imposta di successione, caso unico al mondo. Nel 2006 il Governo Prodi, si limitò ad abrogare l’abolizione di Berlusconi, riportando in vigore la riforma del Governo Amato. In quel Governo Enrico Letta era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Al di là del tempismo, e del contenuto che ci sembra estremamente velleitario e demagogico, anche in considerazione dell’esiguità dell’ipotetico gettito, la proposta di Letta potrebbe servire per porre la questione: da anni si ragiona sulla necessità di riallineare l’imposta di successione in Italia alla media dei paesi europei.

L’Imposta di successione è l’unica imposta “liberale”, storicamente introdotta proprio al fine di rompere l’immobilità sociale e garantire pari opportunità di partenza a tutti. Letta ha probabilmente sbagliato il modo e il momento di introdurre il problema, ma la questione va affrontata con assoluta urgenza. Spiace constatare come tanti sedicenti liberali si siano scagliati contro la proposta di Letta, con una veemenza ideologica disgustosa. Basterebbe leggere cosa scriveva nel 1946 Luigi Einaudi, l’estratto che riportiamo è tratto da “L’imposta successoria” di Einaudi, pubblicato il 6 marzo 1946 in «Risorgimento liberale» (pagg. 1- 2), il 9 marzo 1946, su «L’Opinione» (pag. 1) e in «L’imposta patrimoniale» Roma 1946, Edizioni de «La Città libera», (pp. 50-56) e contiene anche una saggia e praticabile proposta:

L’IMPOSTA SUCCESSORIA

L’imposta di successione è un’imposta sul capitale, prelevata ad intervalli incerti ed irregolari nel tempo, la cui lunghezza è determinata dalla morte dei successivi possessori.

Essa ha un difetto non piccolo dovuto appunto alla sua frequenza irregolare. In una famiglia di longevi essa è pagata ad ogni trent’anni e talvolta più; ed i successivi possessori hanno tempo di ammortizzarne il peso, distribuendolo con prestiti o con parziali realizzi sul reddito. In una famiglia, dove le morti si succedono rapide le une alle altre, l’imposta può ridurre alla rovina eredi incolpevoli e troppo giovani d’età per potere col lavoro ricostruire la fortuna paterna. I legislatori dovrebbero tener conto, come di solito non fanno, aggravando spesso la sorte degli eredi delle nude proprietà gravate da usufrutto a vantaggio altrui, delle morti rapidamente succedentisi con alleviamenti di tariffe. Faccio la riserva anche a proposito della riforma dell’imposta successoria di cui dirò subito. (,,,)

Astrazion fatta da ciò, l’imposta di successione, essendo calcolata sui patrimoni, anche se è augurabile sia pagata sul reddito, può giovare potentemente all’abbassamento degli alti papaveri ed all’ingrossamento del patrimonio pubblico.

(…)

Se si vuole che l’imposta successoria adempia ad un ufficio importante nella distribuzione delle ricchezze, se si vuole cioè che essa prelievi ad ogni generazione percentuali in media notevoli dei patrimoni costituiti, esigenza inderogabile è che il provento di essa non sia consumato, ma prenda la forma di capitali pubblici, sia investito dallo Stato. Oggi, le opere di ricostruzione a carico dello stato possono assorbire ed al di là qualunque più alto immaginabile provento dell’imposta successoria. Soddisfatta questa condizione tra contabile e sostanziale, l’imposta successoria deve soddisfare a due altre esigenze:

In primo luogo, essa deve limitare le ricchezze possedute per eredità. Dissi altra volta che, in una società sana, duratura, i giovani debbono potere partire da situazioni non troppo disuguali. Il che si ottiene da un lato dando a tutti i giovani la possibilità di studiare, dagli asili d’infanzia alle università ed oltre, a spese dello stato, senza onere di tasse, di libri, di pensione ed altro a carico dei genitori. A nessuno deve essere vietato, solo perché è povero, di arrivare ai gradi più alti della gerarchia sociale od, in ogni modo, di farsi valere per quel che veramente egli vale.

Ma il fine si ottiene altresì decimando le fortune acquisite da tempo, cosicché i nipoti ed i pronipoti di chi formò una fortuna, non possano valersene se non in parte ed alla fine non possano valersene affatto, nella gara per la vita.

In secondo luogo, la imposta successoria deve essere congegnata in modo che gli eredi di colui che formò una fortuna, piccola o grande, con l’opera sua e con il suo patrimonio, mentre sono costretti a trasferirne allo stato una porzione sempre più grande, sino al tutto, ad ogni successivo trapasso a causa di morte, siano contemporaneamente indotti, se vogliono conservare il podere, la casa, l’industria avita, a ricostituire col lavoro e col risparmio la quota che essi debbono consegnare allo stato.

Alle esigenze ora descritte rispondono male le imposte successorie esistenti nella maggior parte degli stati; perché sono informate ad una male concepita scimmiottatura del criterio della progressività adatto invece alla grande imposta sul reddito, pilastro del bilancio normale degli stati moderni.

Risponde invece abbastanza bene – ma dove è la perfezione in quest’umili cose tributarie? – il tipo d’imposta successoria che giustamente prende il nome di «sistema Rignano» dal nome dell’italiano ing. Eugenio Rignano, il quale lo ideò.

Ho esitato lungamente nel giudizio sul sistema Rignano; ma ho finito per concludere valga la pena di fare un falò delle leggi attuali di imposta sulle successioni e donazioni e, purché siano osservate talune regole, tentare l’esperimento del sistema Rignano. Lo riassumerei, alquanto modificato e schematicamente, così: Tizio, morendo, lascia un patrimonio di 100.000 franchi. Parlo sempre in termini di franchi svizzeri, i quali hanno un senso, laddove è ignorato il significato della lira.

Il patrimonio è stato formato da lui. Con ogni probabilità non l’avrebbe formato, se non avesse sperato di trasmetterlo al figlio, al nipote, all’amico, all’opera pia, all’ente educativo, che egli vuole beneficare. Il patrimonio passa, intatto, in possesso dell’erede Caio da lui designato o suo erede legittimo. Indico, con il nome di Caio, l’insieme dei suoi eredi. La finanza si limita ad iscrivere una ipoteca, un vincolo privilegiato del valore di 100.000 franchi sulle diverse entità componenti il patrimonio.

Gli eredi possono chiedere alla finanza che il privilegio, invece che contro il podere A, sia iscritto sulla casa B, o sui titoli C, ecc. ecc., purché di valore non minore. La finanza, e ciò è essenziale, non vuole appropriarsi del podere, della casa, dell’imposta, ma del suo valore. Il podere e la impresa restano agli eredi che lo sappiano riscattare col frutto del loro lavoro. Il privilegio a favore dello stato diventa attuale, esigibile, ad un terzo per volta del suo ammontare, ad ogni trapasso successivo al primo.

Quando Caio, morendo, trapassa il patrimonio a Sempronio, questi deve pagare 33.333,33 franchi: alla morte di Sempronio, Mevio paga i secondi fr. 33.333,33 franchi: alla morte di Mevio, Sulpicio paga l’ultimo terzo e non eredita più nulla del patrimonio originario abbandonato alla morte sua da Tizio. Tutto è passato allo stato.

6 commenti su “L’insostenibile leggerezza dell’imposta di successione”

  1. L’idea alla base di questa riflessioni è che gli unici soggetti che contano siano l’individuo e lo stato, non la cultura, la storia, la comunità e l’identità del paese nel suo insieme e nelle sue parti. Non c’è l’idea che possano esistere interessi pubblici in una certa gamma di atti cosiddetti privati, e interessi privati nascosti sotto il titolo di atti pubblici. Un soggetto che riceve in eredità un castello appartenuto con varie vicende alla sua famiglia per sette secoli e di cui conosce tutto non solo nozionisticamente ma come cultura complessiva e che tiene aperto al pubblico a costo zero per lo stato. L’imposta sarebbe calcolata a costo di mercato, a superficie utile o con parametri simili e il fatto solo di riuscire a mantenerlo nella sua identità storica ha un costo non calcolabile a prezzo di mercato ma che comporta la prosecuzione della nostra identità. Se si mettono tasse insostenibili che costringono a vendere il castello a qualche miliardario cinese o russo o americano si opera come nemici del proprio paese. Altra cosa è mettere non delle tasse di successione ma delle patrimoniali a chi ha degli introiti annui netti superiori a 500 mila euro o chi ha patrimoni finanziari superiori a 5 o 10milioni di euro.

    1. Caro Giannozzo, siamo liberali: una cultura “del limite”, il nostro scopo è promuovere un metodo per stabilire, appunto un limite oggettivo tra i diritti di ciascun individuo e nei confronti dello Stato, l’esempio che fai, molto molto remoto attiene ad una concezione etica e morale dello stato, che non ci appartiene, perché per tè è giusto salvaguardare il castello, per un altro potrebbe essere salvaguardare una fabbrica. L’esigenza di salvaguardare il castello, se ha effettivamente un valore storico, culturale o artistico, può essere, correttamente, soddisfatta in mille modi, financo con l’esproprio, se serve, ovvero basterà apporre un vincolo ed anche il russo o il cinese sarebbero obbligati a rispettarlo. Il principio che sta ala base dell’imposta di successione si ispira a concetti oggettivi e pragmatici: garantire pari opportunità al figlio del padrone del castello come al figlio del minatore….. comunque si, i sogetti che contano in questo caso sono gli individui e lo stato.

  2. Francamente non credo che la proposta di Letta sia “velleitaria e demagogica” ma, seppur limitata e circoscritta, opportuna e adeguata alle circostanze attuali. L’imposta di successione è certamente una “imposta liberale” come ci insegna Luigi Einaudi, ma essa risponde ad un principio generale più profondo che costituisce l’anima del liberalismo.
    Valgano le parole pronunciate da John M. Keynes alla scuola liberale estiva di Cambridge nel 1925:
    “….Ritengo che i semi del declino intellettuale del capitalismo individualistico debbano ricercarsi in un’istituzione che non è affatto caratteristica del capitalismo, ma che fu consegnata ad esso dal sistema sociale feudale che lo precedette: il principio ereditario. E’ il principio dell’ereditarietà della ricchezza e del controllo degli affari che rende la direzione della causa capitalistica debole ed ottusa…. Non vi è un’altra istituzione che provochi il decadimento di un organismo sociale con maggior certezza del principio ereditario.”
    Pietro Muraglia

    1. Il gettito dell’imposta di successione è meno di un miliardo di euro, con un’aliquota media del 6%, pur calcolando all’aliquota minima si tratterebbe di non più di 300 milioni di euro che divisi per i 566 547 cittadini italiani che hanno compiono 18 anni nel 2020 (fonte istat) farebbe 529,59 euro a testa…. un po’ distante dai 10.000 di cui parla Letta, e non dico altro

    2. Resta solo da stabilire se le pensioni di reversibilità siano parte di quelle istituzioni fonte di decadenza sociale e in questo caso come farle rientrare nei cespiti da tassare.

  3. Al tempo di Einaudi l’imposta sul reddito era pari all’8 per cento e quindi un tributo successorio rilevante in termini di aliquote era sostenibile e condivisibile. L’imposta di successione attuale tiene conto della congerie di imposte dirette e indirette che gravano sui contribuenti. Solo quelle sul reddito si applicano con aliquote marginali e addizionali lui ali del 45%!

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