Franco Grillini: “La legge Zan ci difende dagli omofobi. Sarà una rivoluzione sentimentale” di Valentina Desalvo

Intervista al fondatore dell’Arcigay: “La sinistra deve farla passare a tutti i costi in un’alleanza contronatura. La destra italiana copia la Polonia. Ma vent’anni fa Salvini era d’accordo con me”
10 APRILE 2021

BOLOGNA. Franco Grillini, fondatore dell’Arcigay, simbolo di tante battaglie per i diritti Lgbt, che succederà con la Legge Zan?
«La sinistra deve farla passare a tutti i costi. È un tema strategico, quello della lotta contro la omotransfobia. Perché non è solo una questione di civiltà ma è una battaglia di modernità. Il Pd si trova al governo dentro un’alleanza contronatura: approvarla significa smarcarsi da una destra italiana profondamente anti-moderna».

Una destra che sta facendo un ostruzionismo fortissimo.
«La verità è che oggi, nel 2021, la destra italiana vuole fare dell’omofobia la sua bandiera. Non le serve elettoralmente ma culturalmente. La destra di Salvini e della Meloni si è riempita di idee reazionarie, prendendole a prestito qua e là. Dagli ultra clericali, dai tradizionalisti, dai fascisti. Ora il modello è la Polonia che ha persino zone “lgbt free”. Non hanno una cultura propria, perchè non sono in grado di elaborarla come la destra americana, e allora sposano la destra omofoba. Ma per Salvini è davvero il trionfo dell’ipocrisia».

Perchè ipocrita?
«La teoria di Salvini è “il si fa ma non si dice”. A casa fai quello vuoi, ma devi restare a casa tua, non puoi farlo in pubblico. La stessa ipocrisia di alcuni parlamentari: ci sono tanti omossesuali che non lo dicono. Dirlo è un atto politico. Loro vogliono l’invisibilità. Noi vogliamo la visibilità, che è la nostra religione civile. Certo Salvini è molto cambiato…»

In meglio o in peggio?
«Più di vent’anni fa io e lui facevamo molti dibattiti a Tele Lombardia. All’epoca lui era libertario, favorevole anche alla depenalizzazione della cannabis, e mi diceva sempre: l’unica cosa su cui non siamo d’accordo sono gli immigrati. Era il tempo in cui Bossi gli aveva affidato i comunisti padani, poi ha cambiato linea…»

Tra i comunisti ortodossi, negli anni Settanta, l’omofobia era molto diffusa?
«Ci fu un famoso libro “Comunisti e diversi” sulla questione del rapporto tra Pci e omosessuali. Bisogna pensare che all’epoca molti dirigenti comunisti proprio non capivano perché bisognava occuparsi del tema. A cominciare da Pajetta che una volta usò il termine “finocchi”. Miriam Mafai mi ripeteva spesso: “sai lui è un uomo di un altro tempo”. Ma c’era anche un nodo ideologico».

Cioè?
«Nell’ideologia marxista – in cui forse non si sarebbe riconosciuto lo stesso Marx – i diritti individuali non esistono, perché ci sono solo quelli di classe. L’ortodossia li bollava come diritti borghesi, c’era chi ci accusava di elevare la perversione a diritto. Ma il Pci è sempre stato double face su questo: lo dimostra Renato Zangheri, il sindaco che ci diede il primo luogo davvero nostro, il primo circolo omosessuale. E fu possible grazie all’Arci».

Lei è stato comunista?
«La mia prima tessera fu del Pci, anche se ero minorenne. Restai un anno poi passai al Manifesto, sempre comunisti. Poi sono andato nel Pdup e sono stato eletto con i Ds…Però la mia cultura è sempre stata liberal progressista: come manifesto è più utile il saggio sulla libertà di John Stuart Mill di quello di Marx».

“Sono d’accordo con il compagno busone”, è la celebre frase che le rivolse un operaio durante un’assemblea degli anni Ottanta. 

«Da allora sono sempre “il compagno busone”, lo sono anche oggi. Quando quell’operaio, ex partigiano, disse così, dopo il mio intervento sulla libertà in fabbrica e nella società, tutti, tranne lui, si misero a ridere. Me compreso, ovviamente. A dimostrazione che i gay non sono vittimisti ma ironici…L’unico che ci rimase male fu proprio lui, che non voleva essere offensivo, anzi. “Cosa ridete? voi non capite la modernità”, aggiunse irritato. Entrò nel mito, con quella frase. Lui ci credeva, a modo suo, altri, più opportunisti, pensavano che se servivavano per battere la Dc, allora anche i gay andavano bene».

Perché impegnarsi tanto per la legge Zan, il lavoro non è più urgente, come sostengono in tanti?
«I diritti civili e i diritti sociali non sono in contrapposizione, si sommano. Battersi per le minoranze aiuta tutti, non toglie qualcosa a qualcuno. E poi: è dai tempi della legge Mancino, dal 1993, che l’aspettiamo. Sono 28 anni che proviamo a far entrare la discriminazione sessuale: non mi pare proprio che questa sia mai stata una priorità. Purtroppo».

La destra dice che questa legge potrebbe limitare la libertà d’espressione.
«Rispondo con una domanda: la legge Mancino, che dice le stesse cose rispetto a razza e religione, l’ha forse limitata?».

Lei inventò anche il collettivo frocialista nel 1977?
«No, fu Samuel Pinto, un grande creativo sudamericano. A me la parola “frocio” non piace, mentre busone sì. Anche perché significa pure “fortunato”».

L’anno prossimo saranno i 40 anni del Cassero.
«È un luogo fortemente simbolico, uno degli esempi della diversità del comunismo bolognese, che è stato comunismo socialdemocratico. Ogni volta che gli stranieri venivano a Bologna per raccontare la città, partivano da lì, perché lì c’era l’idea di libertà».

Ora c’è un documentario su di lei che racconta anche questo.
«E’ quasi pronto e verrà proposto a vari festival, appena sarà possibile. Si chiama “Let’s Kiss, storia di una rivoluzione gentile”: è di Filippo Vendemmiati, con la musica di Paolo Fresu. Oggi convivo con un tumore, mi sono appena fatto la prima dose di vaccino, ho già avuto il covid l’anno scorso. Ma a 66 anni ho ancora voglia di fare comizi, la mia passione. In parlamento, per questo doc, hanno trovato 47 video con miei interventi. Parlavo sempre, anche per ore, quando potevo. La parola è il mio regno».

Ha spesso rivendicato una politica sentimentale. Che cosa vuol dire?
«Io mi sento un rivoluzionario dei sentimenti. Nel 1982 dissi che la liberazione sessuale era stata conquistata e che cominciava la rivoluzione sentimentale. Che oggi si è compiuta. La rivoluzione dei sentimenti mette al centro le relzioni, la coesione sociale, la solidarietà. A questo serve anche la legge Zan».

Ha il rimpianto di non aver fatto il sindaco di Bologna?
«Non ho mai voluto fare il sindaco, a me piace lavorare per il movimento portando avanti le nostre battaglie. Un sindaco deve essere un generalista e occuparsi di rotonde, buche e asili. Non è il mio mood”.

Chi vorrebbe per Bologna?
«Sostengo Matteo Lepore perchè è interessato ai nostri temi: ha capito che se una città è più libera, tutti vivono meglio. Oggi bisogna coltivare l’idea di un turismo della Bologna libertaria. Libertaria e non libertina, perchè essere libertini è un fatto privato, personale. Io lo sarei anche, ma non me lo posso più permettere…».

 

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