Il caso Renzi-Riad: sottomettersi o dimettersi (con una nota di e.ma.)

[Critica liberale considera che lo scandalo Renzi-Arabia saudita, di inaudita gravità, avrebbe dovuto trovare una conclusione subito dopo la denuncia del caso. Il parlamento è rimasto aperto anche durante le dimissioni di Conte e sarebbe stato doveroso da parte della Presidenza del Senato avviare un chiarimento nell’aula di Palazzo Madama. Ciò non è avvenuto. Dopo il voto di fiducia al Governo Draghi, non si può perdere altro tempo e soprattutto il caso non può essere giudicato concluso in seguito a qualche dichiarazione stampa, ma deve essere discusso in sede parlamentare perché coinvolge in maniera assai grave un senatore della Repubblica.  Magari avessimo, sul centro-sinistra o  sulla sinistra, un partito che facesse politica, e sarebbe il massimo che la facesse in modo rigoroso!!!!!  e.ma.]

di luigi ferrajoli & gian giacomo migone

Che la crisi di governo, in questo momento  storico e nelle evoluzioni a dir poco ambigue di queste ore, costituisse un attentato alla salute pubblica con ogni probabilità era chiaro persino a colui che l’ha provocata. Configurando anche un vulnus della democrazia italiana, dopo quanto egli ha detto e fatto a Riad.
E che sta lentamente diventando consapevolezza collettiva, malgrado il diffuso silenzio mediatico.
Non si tratta soltanto di sfacciato conflitto d’interesse su
scala internazionale da parte del capo di un partito politico
decisivo ai fini della sopravvivenza della maggioranza esistente. Sarebbe ipocrita asserire che non siano esistiti e
che non esistano casi analoghi nel nostro parlamento.
L’elemento di novità consiste, però, nella pubblica
ostentazione, tale da creare un precedente se non adeguatamente stigmatizzata, della propria adesione, in quanto parlamentare dello Stato italiano, ad un costituendo istituto con finalità di affari, pro- mosso e finanziato da un altro Stato (il «Future Financial Initiative», promosso dall’Arabia Saudita).

In questo caso si travalica un’ulteriore soglia. Fin dalla sua nascita come stato unitario, I’Italia è stata soggetta a forme di subordinazione nei confronti di questo o quel potentato straniero, con alleanze ed atti di governo conseguenti. L’impegno per la costruzione nel tempo di un’Europa unita da parte di stati sovrani, a cui il governo in carica ha contribuito in maniera importante, ha costituito per noi I’antidoto a questa tendenza. Tuttavia, mai e poi mai un parlamentare italiano – e non un parlamentare qualsiasi, ma un parlamentare numericamente in grado di ricattare la sopravvivenza del suo governo – si è messo pubblicamente al servizio di un altro Stato. E quale Stato! Qui non si tratta di qualche discorso a pagamento, come fanno soltanto ex uomini di governo, sia pure dal contenuto imbarazzante, o di scroccare qualche prebenda. Il protagonista, anche da questo punto di vista, sa bene cosa sta facendo. Così acquista un senso la condizione da lui posta del riconoscimento ufficiale della sua parte politica nella costituenda maggioranza, accompagnata dalla precisazione che egli risponderà agli interrogativi sollevati dal suo viaggio a Riad soltanto a crisi conclusa.

La Costituzione prescrive il dovere di servire la Repubblica con dignità e onore. In questo caso sono le Camere a essere chiamate ad applicare questa norma a coloro che vi appartengono.

La Camera dei deputati e il Parlamento europeo si sono opportunamente dotati di un apposito regolamento. Al Senato è sufficiente la Costituzione per imporre, con assoluta urgenza per le conseguenze che ne derivano, ad ogni suo membro la scelta di quale Stato servire.

In altre parole, vale il principio, formulato da Léon Gambetta, «se soumettre  ou se démettre». Sottomettersi o dimettersi. Quanto alla formazione del nuovo governo, quello presieduto da Giuseppe Conte si è dimesso dopo avere conseguito la fiducia di entrambe le Camere per ragioni costituzionalmente inesistenti. Non è difficile prevedere che esso avrebbe potuto allargare ulteriormente la sua maggioranza dopo quanto avvenuto a Riad e a seguito della sua sacrosanta decisione di annullare la fornitura di armi utilizzate per effettuare bombardamenti e aggravare le sofferenze della popolazione nel vicino Yemen.

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