UNA DEMOCRAZIA DA INVENTARE. DOPO IL REFERENDUM

 

Qualche giorno fa, dopo il referendum sul taglio dei parlamentari,  invitato da David Sassoli, è intervenuto, in un confronto al Parlamento europeo su “Europa, il fondatore e garante  del Movimento a 5 stelle Beppe Grillo.

Queste alcune  sue esternazioni  che hanno scatenato molti commenti: quanto al referendum, «quando lo usiamo, usiamo il massimo dell’espressione democratica. Per me che ho contribuito alla democrazia diretta, quindi non credo assolutamente più in una forma di rappresentanza parlamentare ma nella democrazia diretta, fatta dai cittadini attraverso i referendum, andare a votare sì o no alla diminuzione dei parlamentari è come se chiedi a un pacifista ‘sei a favore o no della guerra?’». E ancora: «Alle elezioni ormai ci va meno del 50 per cento, è una democrazia zoppicante. Si cominciano a prospettare scenari come l’estrazione a sorte, perché no? Perché non posso selezionare una persona con certe caratteristiche?».

Espressioni un po’ rozze , per molti commentatori inquietanti se non eversive, all’indomani del referendum che ha tagliato in misura lineare il numero dei parlamentari, obiettivamente e matematicamente riducendo del 36.5% la possibile  rappresentanza dei cittadini nel luogo in cui si emanano le leggi uguali per tutti.

Grillo non crede nella democrazia parlamentare e  indica l’alternativa radicale sostitutiva di  una «democrazia diretta fatta dai cittadini attraverso i referendum» e, confusamente, estrazione a sorte dei parlamentari.

Così detto è stravolgimento assoluto di qualunque logica e principio, tanto di democrazia rappresentativa che di democrazia diretta e certo la lotteria in atto da anni di selezione casuale dei candidati  tramite la c.d. piattaforma Rousseau, prudentemente non menzionata dall’ex comico genovese,  a prescindere da ogni altra critica circa opacità e conflitti di interesse della struttura privata della società privata di Casaleggio figlio, singolare caso di monarchia ereditaria, che gestisce Rousseau, aumenta ed esaspera  confusione e rozzezza della cattiva esternazione.

Non si è capito chi per Grillo possa emanare le leggi e con quali procedure, ma ancor prima che cosa si intenda per democrazia, senza aggettivi.

Le domande, che Grillo non si pone, limitandosi solo a preparare il funerale del parlamento rappresentativo, quale conseguenza del referendum  sulla legge voluta dal suo partito e dalla Lega, sono queste:

È possibile nello stato moderno la democrazia “diretta” e cosa può intendersi per “diretta”?

La democrazia “diretta” è un sostituto della democrazia parlamentare rappresentativa?

Ancor prima : cosa è democrazia?

Tutte presuppongono che il metodo e il sistema della piattaforma della società di Casaleggio jr non c’entra nulla con la democrazia, né diretta né rappresentativa, squalificandola in entrambe le proiezioni La democrazia, intesa come potere del popolo, continua a rimanere prigioniera di un dilemma irrisolto: per un verso si fonda sul principio per cui il potere appartenga all’insieme del popolo: ma per altro verso l’esperienza offerta da tutti i sistemi definiti democratico-liberali indica che questo insieme non può esprimersi e agire se non per mezzo delle élite  che lo dirigono, rappresentano e anche lo manovrano, esprimendo governi a legittimazione popolare passiva .

Un dilemma individuato, tra gli altri, da Schumpeter e prima di lui da Josè Ortega y Gasset, che nel 1926 scriveva: «La democrazia risponde a questa domanda: chi deve esercitare il Potere pubblico? La risposta è: l’esercizio del Potere pubblico pertiene alla collettività dei cittadini. Però in codesta domanda  non si parla di quale estensione debba avere il Potere pubblico. Si tratta solo di determinare il soggetto a cui compete il comando: La democrazia propone che comandino tutti; cioè a dire, che tutti intervengano sovranamente nei fatti sociali» ( Idee sui castelli, 1926); dopo di che, constatando l’irrealismo  di quel fine, chiosò Ortega: «In un buon ordinamento delle cose pubbliche, la massa è quella che non può agire da se stessa. Questa è la sua missione: essa è venuta al mondo per essere diretta, influenzata, rappresentata, organizzata» ( La ribellione delle Masse, 1930).

Se la democrazia possa riconquistarsi un avvenire, dipenderà e dipende, oltre che da Grillo, dalla capacità e dal vigore da parte del demos di dotarsi di iniziative per incidere con efficacia sui centri sostanziali del potere, attraverso la rinascita di solide organizzazioni e associazioni, anzitutto partitiche, in grado di rappresentare, difendere e far valere gli interessi degli strati sociali più deboli, realizzando un buon compromesso.

Allora la democrazia “diretta” o meglio gli strumenti di partecipazione popolare al processo che porta alla deliberazione, dal referendum all’iniziativa di legge popolare , non si oppone ma è in grado di rafforzare la democrazia rappresentativa.

E contrariamente a quanto afferma un confusionario Grillo, avremmo bisogno di un parlamento pienamente rappresentativo.

Ancora una volta ci aiuta  il pensiero guridico politico degli anni 20 del secolo breve , elaborato alla vigilia dello stravolgimento istituzionale  che portò a sopprimere il parlamento, prodotto dal nazismo e dal fascismo, entrambi in un certo senso esempi di “democrazia plebiscitaria” del capo che sostituisce il popolo  e ne è acclamato.

Riprendiamo il filo del discorso con le parole, attuali, di Hans Kelsen, il grande giurista austriaco che così scriveva nel 1920, nel suo Essenza e valore della democrazia:

«Dire che la democrazia moderna non può avere altra forma se non  come democrazia dei partiti, significa altresì affermare che essa trova il proprio strumento operativo nel parlamento, ma che il parlamentarismo comporta per sua natura una limitazione del principio democratico, limitazioni tuttavia inevitabili: soltanto nella democrazia diretta che, date le dimensioni dello stato moderno e la molteplicità dei compiti di esso, non rappresenta una possibile forma di democrazia, l’ordine sociale viene creato realmente dalla decisione della maggioranza dei titolari dei diritti politici, in quali esercitano il loro diritto nell’Assemblea del popolo. La democrazia dello stato moderno è la democrazia indiretta, parlamentare, in cui la volontà generale direttiva non è formata che da una maggioranza di eletti dalla maggioranza dei titolari dei diritti politici. I diritti politici- vale a dire la libertà – si riducono ad un semplice diritto di voto», ed essendo dunque nello stato moderno « il parlamentarismo l’unica forma reale possibile di democrazia, il destino del parlamentarismo deciderà anche il destino della democrazia». E ancora, a proposito di rappresentatività necessaria per garantire le minoranze e produrre  atti e leggi frutto di discussione e di trasparenti compromessi, essenza della democrazia : «Un buon sistema parlamentare deve provvedere alla migliore tutela delle minoranza, così da essere specchio fedele di tutte le posizioni e dei diversi interessi esistenti  nella società, fine che può essere realizzato unicamente mediante una rappresentanza proporzionale». Infatti, «non basta  che vi sia in Parlamento una minoranza, ma è di estrema importanza che tutti i gruppi politici siano rappresentati in parlamento in proporzione della loro forza, se si vuole che il parlamento rappresenti la situazione di fatto degli interessi in conflitto, ciò che è il postulato per giungere ad un compromesso».

Il danno del referendum e del taglio lineare è un fatto, ma non si perseveri, urge una legge elettorale che restituisca ai cittadini anche non organizzati voce in capitolo, allentando la tenaglia di pochi oligarchi per  una riorganizzazione dell’associazionismo democratico che scuota la passività dell’homo videns.

L’alternativa è segnata: il tramonto della democrazia, senza aggettivi.

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