E’ QUESTIONE DI FRATERNITA’ E UMANITA’

Mimmo Lucano, il sindaco di Riace, inventore di quell’utopia concreta che si chiama “convivenza civile” e “accoglienza possibile”, è stato arrestato con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”: in pratica il “delitto di fraternità'”. Evidenziato per escluderne la legittimità, il 6 luglio scorso, dal Consiglio costituzionale francese, equivalente della nostra Corte. Il Consiglio francese ha accolto il ricorso di Cédric Herrou,  popolarissmo contadino e “passeur” della Provenza, condannato in tribunale per avere aiutato dei migranti a entrare e a muoversi nel paese. I giudici hanno affermato che l’aiuto disinteressato al soggiorno irregolare non è “passibile di conseguenze giuridiche”, poiché realizza il “principio di fratellanza”, scolpito nel motto fondativo della repubblica francese: “Liberté, égalité, fraternité”.

La disobbedienza civile di Cédric ha visto riconosciute le sue ragioni in una fase storica caratterizzata dalla criminalizzazione di comportamenti solidali e dalla insorgenza aggressiva di un diritto disumano o antiumano, in Italia e in Europa, come mostrano lUngheria e le sue leggi e muri xenofobi, i respingimenti di Ventimiglia, la caccia alluomo sulle Alpi, lattacco forsennato alle navi delle Ong e allidea stessa del principio di accoglienza. L’alta Corte francese ha detto che tutto ciò è incostituzionale e incompatibile con uno dei concetti cardine su cui si è fondata la rivoluzione francese, origine storica e ideale delle democrazie europee e del costituzionalismo moderno, che valorizza la dignità della persona e la sua umanità attraverso il principio universale di fraternité. “Come la libertà e l’uguaglianza, che sono gli altri due termini che compongono il motto della nostra Repubblica, la fraternità dovrà essere rispettata come principio costituzionale dal legislatore e potrà essere invocata nelle giurisdizioni”, ha dichiarato il presidente della Corte Laurent Fabius. All’origine della decisione l’appello di Cédric Herrou, un contadino diventato simbolo della solidarietà ai migranti nella valle del Roya, una delle principali vie di passaggio dei clandestini dall’Italia alla Francia. Herrou ad agosto scorso era stato condannato a quattro mesi di prigione con sospensione della pena dalla Corte d’Appello di Aix-en-Provence per aver trasportato circa duecento migranti, principalmente eritrei e sudanesi, dalla frontiera italiana a casa sua, dove aveva messo in piedi un campo di accoglienza.

L’Associazione “Volere la Luna” (www.volerelaluna.it) ha in questi giorni cosi’ gravidi di cattive parole ,cattivi pensieri e pessime azioni, promosso un appello di solidarietà’ a Lucano “sindaco dell’accoglienza”. Si legge nell’appello:”La sua colpa: aver celebrato alcuni “matrimoni misti” tra riacesi e donne migranti al fine di evitare l’espulsione di queste ultime, e aver assegnato la raccolta rifiuti nel proprio Comune a una cooperativa di rifugiati e italiani, senza averne tratto nessun vantaggio personale (cosa riconosciuta dallo stesso giudice). Perseguitato perché “accogliente”. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, il principale responsabile del clima nel quale questo provvedimento è nato, in significativa sincronia con la notizia della misura cautelare, ha chiesto provocatoriamente «cosa diranno Saviano e i buonisti?». Noi rispondiamo con tutta la voce che abbiamo in corpo “Vergogna!”. Ci rifiutiamo di riconoscerci in uno Stato che pretenderebbe di farci cessare di “restare umani”. In un potere che straccia i valori più elementari di rispetto per gli Altri. In una politica che istiga all’odio, al disprezzo, e all’indifferenza per le sofferenze umane. Al ministro Salvini e agli inquisitori di Locri diciamo che siamo tutti cittadini della Riace dell’accoglienza. Siamo esuli in una patria che tradisce la propria Costituzione materiale così come era stata concepita dai suoi Padri. Quella contro Mimmo Lucano è un’accusa che ricorda quella mossa molti anni fa contro Danilo Dolci, arrestato mentre guidava un gruppo di abitanti poveri di Partinico a lavorare su una strada comunale abbandonata all’incuria. Allora un grande giurista e costituente, Piero Calamandrei, nell’arringa difensiva, disse: «Questa è la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi». Oggi noi continuiamo a gridare che “queste non sono le nostre leggi”.

C’è chi obietta, ergendosi a paladino della legge: ma allora non avete fiducia nella magistratura e non rispettate il principio di legalità! Siete fuori dell’ordine legale!

E’ quel che scrive in sostanza Travaglio  su “Il fatto”, anche pretendendo forse di nascondere dietro l’ossequio passivo alla legge e ai suoi riti, la sua preferenza per il governo gialloverde. Così Travaglio:”…L’Italia, diversamente dalla Tebe di Antigone e dall’India di Gandhi, è una democrazia e uno Stato di diritto. Dove non esistono processi politici o morali, ma solo penali, affidati a una magistratura indipendente nei suoi vari (secondo noi troppi) gradi di giudizio. Quindi chi grida al complotto o al regime fascio-salviniano per l’arresto di Lucano, oltre a usare pericolosamente l’armamentario lessicale berlusconiano, sbaglia bersaglio. Salvini usa politicamente l’arresto di un avversario politico “buonista”, esaltando i magistrati che fanno comodo a lui dopo aver insultato quelli che indagano su di lui e che hanno sequestrato alla Lega i 49 milioni rubati. Ma non è il mandante degli arresti di Riace: quelli li ha chiesti la Procura di Locri, sulla scorta delle indagini della Guardia di Finanza, e li ha disposti il Gip, cancellando gran parte delle accuse e adempiendo così fino in fondo al suo dovere di giudice terzo.”

Mi dispiace, Marco Travaglio, non hai capito. Non è questione di mandanti, e nemmeno della legittimità in sé dell’indagine ma di un clima alimentato dai professionisti della paura in mille forme, che vogliono impedire di vedere nell’altro un nostro simile, cavalcando il mito nefasto del prima noi, della nazione, della razza, dell’esclusione, che condiziona crescentemente anche l’attività degli organi dello stato, oltre ad una legislazione lontana da quei principi.

Ora giunge la notizia dell’arresto, cui ha purtroppo fatto seguito l’esternazione da parte di Salvini della propria soddisfazione. Era proprio necessario e indifferibile disporre la misura cautelare?

La sensazione, che auspichiamo infondata ma sgradevole, di una magistratura “sensibile” al clima politico non aiuta ad avere fiducia nella imparzialità della legge.

Piero Calamandrei chiamato nel 1956 a difendere in Tribunale il disobbediente Danilo Dolci anticipava questa sgradevole sensazione che è nel contempo richiesta di giustizia e legalità sostanziale, che non criminalizzi tout court atti di umanità: “Signori Giudici, che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall’alto.. Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami”.

Dall’esame del provvedimento emerge che il giudice per le indagini preliminari ha escluso la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per le imputazioni di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, concussione, malversazione a danno dello Stato, associazione a delinquere.

Dei numerosi capi di imputazione, allo stato, rimane una ipotesi di responsabilità di tipo sostanzialmente burocratico in ordine all’affidamento diretto del servizio di raccolta differenziata della spazzatura nel borgo di Riace (art. 353-bis cod. pen.) e in ordine ad ipotetici atti non chiariti diretti a procurare, attraverso due matrimoni di riacesi e cittadini italiani con migranti, l’ingresso o la permanenza illegale nel territorio di stranieri senza titolo , la cui idoneità sarebbe di per sé controvertibile (art. 12 d.lgs 286/1998).

Comunque fatti risalenti nel tempo la cui rilevanza penale è negata dall’interessato e da tutta la comunità in cui egli ha operato..

In ogni caso ipotesi tutte da approfondire, in assenza di motivazioni serie che supportino il clamoroso e spettacolare arresto da parte di organi che operano su territori funestati da decenni dalla criminalità organizzata.

In buona sostanza una persona che si è dedicata alla sua comunità, facendola diventare un modello, disinteressatamente. con attività nobili tanto nei fini che nella loro pratica attuazione.

Oggi la lettura dell’ordinanza che dispone addirittura l’arresto del sindaco di Riace (che esclude che egli abbia mai perseguito un interesse o un lucro personale) ripropone la verità profonda dell”arringa di Calamandrei . Che in un memorabile scritto del 1940, Fede nel diritto, invitava a cercare la verità più profonda della legge , perché la “forza che crea il diritto non è la cieca violenza, ma è sopra tutto, alla fine, la forza della coscienza morale, la fede in certi insopprimibili valori umani, l’aspirazione verso la bontà e verso la pietà”.

Lotta per il diritto che è anche ed anzitutto lotta “per il principio di legalità”, nel quale “c’è il riconoscimento della uguale dignità morale di tutti gli uomini”, mentre “nell’osservanza individuale della legge c’è la garanzia della pace e della libertà di ognuno. Attraverso l’astrattezza della legge, della legge fatta non per un solo caso ma per tutti i casi simili, è dato a tutti noi sentire nella sorte altrui la nostra stessa sorte…”.

E’ questione di fraternità e umanità.

Il modello Riace rimane tale.

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