IN ATTESA DI MACARON

di gian giacomo migone

[anteprima di un editoriale del prossimo numero di “nonmollare]

Niente paura. In realtà sono un prestigioso notista politico, non importa di quale delle testate principali, o main stream, che ben conoscete. Firmo con uno pseudonimo, preso a prestito, perché, per una volta, intendo scrivere in chiaro quello che solitamente faccio leggere tra le righe.

La campagna elettorale dei soliti al comando sta andando a meraviglia. Tra costoro ci sono anche i proprietari del mio giornale, ma non ho bisogno di prendere ordini, li intuisco e talora li precedo. Alle prossime elezioni politiche – quelle europee potrebbero coincidere o servire per scaldare i muscoli – il nostro candidato, Macaron, sarà sicuramente il vincitore. Ciascuno sta facendo bene la sua parte.

 Salvini ogni giorno ne inventa una, mostrandosi razzista, fascistoide, ignorante quanto basta a rastrellare voti a sufficienza per costituire una credibile minaccia alla democrazia e all’Europa, ove si è alleato con alcuni della sua risma, ma sempre molto  attento a non ferire i nostri interessi duraturi.  

 Sempre in nome della chiarezza, colgo questa occasione per elencarli: mano d’opera a volontà, ma deprivata di diritti e di rappresentanza, privatizzazioni indiscriminate, finanza incontrollata a prova di bailout, corporazioni piccole e grandi da tutelare, privilegi dell’alta burocrazia (chi se ne frega di quelli dei politici, sono briciole che servono a tenerli attaccati alle poltrone, rassegnati come sono a contare sempre meno), lavoro in nero, esportazioni di capitali, cupole laiche e religiose vigili e influenti (ma soltanto quelle ostili a Papa Francesco), flat tax modello Trump, condoni quando serve, con relative invocazioni di Bruxelles, com’è ora strutturata, o altra austera autorità sovranazionale e, ciliegia sulla torta, università bocconiane per quei nostri figli che non avessero superato i test d’ammissione anglo-americani. Quanto agli immigrati da accogliere e integrare, alle università e alla ricerca pubblica, e tante altre cose, pazienteranno. Avete visto come si è destreggiato bene, il nostro estremista, dopo il crollo del ponte Morandi? “Contro lo stato-padrone”! Dei fascisti-nazisti, quelli con il pedigree, non mette conto parlare. Sono allineati e coperti dietro al salvifico bullo.

Anche i M5S fanno il loro dovere, che è quello di avere attratto consensi, anche a sinistra, di elettori che altrimenti sarebbero rimasti lontani dai seggi, per poi venire meno alle loro promesse e, soprattutto, farsi oscurare da Salvini. Che si tratti dei poveracci della Diciotti, dei Benetton eventualmente chiamati a rispondere, o di non fare amico con Orban, dopo qualche esitazione,  costoro si adeguano a colui che se li mangia in bocconi sempre più grossi. Grillo è in fase depressiva, Casaleggio jr. può sempre tornare utile, mentre si applica a criticare la democrazia rappresentativa. Quelle sembianze di potere di governo conquistato sono sufficienti per accontentare Di Maio e il suo Conte e placare eventuali bollenti spiriti. Il reddito di cittadinanza ha tempi più lunghi, il Mezzogiorno anche.

La sinistra non è nemmeno un problema. Il  PD, nella sua attuale configurazione, con Renzi tuttora timoniere occulto, è già dei nostri. Bisogna riconoscerglielo, ha dato un contributo decisivo a costruire nel tempo lo scenario attuale, a forza d’inseguire l’orso liberista nella sua tana. Partito fluido e lontano dall’elettorato anche proprio, industrioso costruttore dei populismi che oggi, in coro, deploriamo, guardandoci bene dal confondere le idee ai semplici con distinzioni e riferimenti costituzionali (“La sovranità appartiene al popolo…”, art. 1, c.2). Veltroni è prezioso come lo è anche Eugenio Scalfari  che, benedicendolo, ci ha legittimati, teorizzando una democrazia che è tale in quanto guidata da un’oligarchia. Per non parlare di  Ernesto Galli della Loggia, a suo modo coerente fustigatore della sinistra, da PotOp ad editorialista principe del giornale di Albertini e di Missiroli, con un rapido passaggio a “Paese Sera”, finanziata da Mosca.  

 Ciò che resta della sinistra politica si divide tra anime belle, comunisti pentiti soprattutto delle loro pristine qualità (Bersani), fini dicitori (Cuperlo), cervelli potenti prodighi di baci della morte (D’Alema) e generosi militanti, per lo più impegnati a spaccare l’atomo residuo per salvaguardare qualche piccola struttura di apparato (è il caso delle componenti interne a LeU). Già si profila una lotta all’ultimo sangue tra Rifondazione Comunista, centri sociali, forse De Magistris, per impossessarsi di Potere al Popolo, secondo i sondaggi in ascesa (dall’1,1 alle elezioni al 3%,   per lo più a spese di LeU). Tutti fermi e trattenuti da una visione della socialdemocrazia che tra loro ancora evoca Saragat e non Corbyn o Sanders (anche perché noi, che nei media qualcosa contiamo, siamo impegnati a tenere ben nascosti questi cattivi e  pericolosi esempi).

 Per nostra fortuna nessuno di loro sembra in grado di tradurre in obiettivi chiari e credibili valori antichi e bisogni assolutamente attuali. In un mondo che va interpretato e spiegato, come facevano, a modo loro, un tempo i segretari di sezione del PCI e gli animatori dell’associazionismo cattolico: lo stato del mondo per arrivare alla mitica fontanella rotta in quartieri ben presidiati. Guai se fossero capaci di accorgersene e di agire di conseguenza. Non ci deve sfuggire che un potenziale elettorato a sinistra ancora esiste. Manca, invece, una proposta che lo chiami a raccolta, in forma accennata, sul territorio e nelle piazze, nei gruppi di studio e sulla rete, prima ancora che nei seggi elettorali. Che, a livello di schieramenti politici, però comporta la spaccatura dei PD e dell’elettorato grillino, con il ritorno alle urne degli astensionisti. Lo ha spiegato bene Piero Ignazi (cfr. “la Repubblica”, 15 agosto) , come Nadia Urbinati, Mariana Mazzucato, talora Ferruccio De Bortoli ed altri – meno male che Gustavo Zagrebelsky sembra essersi distratto – un infiltrato nelle pagine che contano. In teoria non avrebbero problemi a formulare un programma. Basterebbe attuare quella Costituzione cui, non a caso, J.P. Morgan and Co. hanno dedicato oltre una decina di pagine per indicare come supremo pericolo, non soltanto per l’Italia. Insomma, un incubo,  per fortuna, in quanto tale, difficile ad avverarsi, ma che qualche volta affiora nella mia mente, e si nutre dei miei sopiti sensi di colpa. Dopo tutto nessuna persona ragionevole è del tutto d’accordo con se stessa. Lo diceva spesso Norberto Bobbio che – vi sorprenderà – anche io ho letto e frequentato a suo tempo.   

Metto da parte i miei tormenti interiori. Stando con i piedi per terra, tutto è pronto per la scesa in campo di Macaron. Trovarlo non sarà un problema. Calenda mi sembra abbia troppo anticipato i tempi. Come disse un grande statista svedese del Seicento, Axel von Oxentierna, “la scelta dell’occasio è l’essenza della politica”(devo rendere credibile lo pseudonimo che ho scelto).  Modelli? Attenzione ai ritardi della provincia dell’Impero (che non esiste più, ma guai a scriverlo; purtroppo ci pensa Trump a farlo intendere urbi et orbi). Quando Renzi scelse Blair cui ispirarsi, scoprì con troppo ritardo che, fuori d’Italia,  tiravano le monetine al suo prescelto da un decennio e che la famiglia Clinton aveva da tempo esaurito la sua carica propulsiva, posto che l’abbia mai avuta. Da parte nostra ce ne siamo guardati bene dal farlo notare. Oggi, però, siamo al sicuro (o quasi). Quando Salvini avrà esaurito il suo compito, che è quello di spaventare tutti, ecco che abbiamo in mano il modello vincente. Quello francese, che ha costretto una grande maggioranza popolare, anche la parte più riluttante, prima a re-insediare Chirac, poi a votare ma non a votarsi a Macron, a grande maggioranza, pur di evitare la famiglia Le Pen all’Eliseo. Europa, Europa, Europa! Ma, attenzione, l’Europa così com’è. Quella che ha “ sistemato” la Grecia con l’austerity a spese dei poveri e di coloro che non evadono le tasse – scusatemi, ogni tanto mi scappa detto qualcosa che assolutamente non devo scrivere nelle mie “Note” – e rifiuta l’accoglienza degli esiliati obbedendo a Orban (e a Salvini). Veltroni, benedetto da Eugenio Scalfari, offrirebbe una buona copertura ideologica. Magari con un apporto tormentato e fortemente critico di Massimo Cacciari (non abbiamo mai avuto problemi a sguinzagliarlo, che si trattasse delle navi da crociera nel Canal Grande o delle garbate critiche al PD). A questo punto Macaron costituirebbe a buon diritto l’unica alternativa possibile; non soltanto la continuità degli interessi che, modestamente, interpreto. Persino una via d’uscita pure per Mediaset, più che per Berlusconi,  che tuttora riesce a mettere in campo un buon apparato mediatico. Alfano, Gasparri, La Russa, a nessuno guarderemmo in bocca. Anche se potrebbero forse essere più utili se preferissero trasferirsi, disarmati e sconfitti, sotto la tenda di Salvini, dando al tutto sembianza di gara tra centro-destra e centro-sinistra.   Ma Macaron – ed è qui il bello – sarebbero costretti a votarlo anche coloro che alla democrazia, ai diritti, a una maggiore eguaglianza, all’Europa federalista e pacifica di Ventotene, insomma alla Costituzione, tengono sinceramente… Macaron come ultima ratio. Anche solo astenersi significherebbe, per questi miei non lettori, o lettori ipercritici, fare il gioco di Salvini. 

Immagino l’obiezione. E se poi tutto questo rassemblement démocratique non bastasse a fermarlo? Se avessimo, ancora una volta, scelto con ritardo un modello straniero fuorviante? Dopo tutto i miei colleghi americani si sono sbagliati di grosso, nel 2016. Dopo avere esecrato a dovere The Donald, a forza di battere la gran cassa – forse ritenendolo il candidato che persino Hillary sarebbe riuscita a sconfiggere – hanno istallato alla Casa Bianca una brutta copia di Berlusconi. Insomma, se vincesse Salvini?

Ripeto, niente paura. Scatterebbe il piano B. Dopotutto l’Italia ha reputazione di laboratorio della politica, nel 1922 come nel 1994, che qualche volta anticipa nuovi modelli. Salvini non è Le Pen e nemmeno Trump, davvero troppo capriccioso nelle trattative sottobanco con l’establishment che pure danno buoni risultati (basta contare i generali e gli ex dirigenti di Goldman Sachs che fanno parte del suo governo) . Salvini rappresenta tutte le brutte cose che sappiamo, ma – sarà una coincidenza – il patrimonio ideale e materiale che più interessa ai miei committenti non lo scalfirebbe davvero. In questo senso è davvero, in tutti i sensi, dei nostri. Ancora una volta, sarebbe salva quella che, nei momenti difficili e solenni, amiamo chiamare la continuità dello Stato. 

 

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