MEGLIO RICCHI CHE POVERI

“La tragedia di Marcinelle ci deve ricordare che non bisogna emigrare”. Questo il consiglio di Di Maio. Ha ragione il v.presidente del Consiglio in veste simil-salvini. Ma purtroppo gli uomini sono idioti, preferiscono andare a morire in una miniera belga piuttosto che giocare in borsa a Milano o anche solo starsene riparati in qualche ministero. Oggi altri pazzi addirittura fuggono daĺl’Italia invece che godersi una quindicina d’anni di disoccupazione. Usando la stessa logica ferrea di Di Maio si possono deprecare quegli incoscienti che di questi tempi si sciolgono al sole in città invece di rifugiarsi sulle montagne fresche di Cortina. Oppure si astengono dal mangiare tutti i giorni quando basterebbe rimpinzarsi in qualche costoso ristorante. Per non citare coloro che addirittura amano così tanto le vacanze avventurose che preferiscono provare i brividi dell’attraversamento in gommone del Mediterraneo invece di andare a sparapanzarsi su qualche spiaggia caraibica.
Il cinismo cialtrone di politicanti vecchi e nuovi ormai non ha più limiti. E si dedica con frequenza quotidiana a prendere per i fondelli i poveri cittadini.
P.S. 1 Forse gli storici futuri rintracceranno l’origine prima di questa volgarità intellettuale in un presidente-pregiudicato che, in qualche viĺlona sarda e tra le braccia di qualche olgettina, definì “una villeggiatura” il confino cui furono costretti per anni molti antifascisti.
P.S. 2 Qualcuno dovrebbe insegnare al v.presidente che invece “bisogna emigrare”: le civiltà si sono formate scegliendo il movimento piuttosto che il rinchiudersi nella propria tenda e nelle proprie superstizioni. Solcando i mari e non rimanendo incatenati alla propria terra.

3 commenti su “MEGLIO RICCHI CHE POVERI”

  1. Salvini e Di Maio, vicepresidenti del Consiglio (ahinoi!), si rincorrono a sparare scemenze e volgarità, ora su “prima gli italiani” (così il fascioleghistarazzista e sovranista Salvini), ora sul “non bisogna emigrare” (così il pentastellato Di Maio, che parla come viene viene). Da vecchio professore di Latino e Greco, mi disturba molto l’aver saputo che entrambi hanno fatto il Liceo Classico, dove, in tutta evidenza, non hanno appreso un cazzo (scusate, ma quanno ce vo’ ce vo’) sulle due civiltà di cui siamo impastati.
    A Salvini, che è l’erede del vecchio leghismo padano (uh, che ridere!), vorrò appena ricordare che in quelle terre, che la prima vulgata leghista (idiota) chiamava Padania, le due culture, celtica e romana, si mescolarono, come è naturale che avvenga tra culture diverse quando entrano in contatto. Perché anche quella che sembra essere la cultura predominante (per la forza delle armi e delle tradizioni culturali) subisce, comunque, la contaminazione della cultura sottomessa. A Di Maio, che è dell’agro napoletano, vorrò solo ricordare che quelle terre furono ampiamente colonizzate dai Greci, emigrati (per le stesse ragioni per cui avvengono, da sempre, le emigrazioni: guerre, interne ed esterne, sopraffazioni politiche, fame, malattie e altro ancora – non i conflitti religiosi, che sono tutti colpa dei monoteismi!) dalla Grecia continentale (Ischia – Pithecusae era il suo antico nome greco-latino – fu il più antico stanziamento greco, 775 ca a.C., in Italia, fondato dai Greci di Calcide e di Eretria, sull’Eubea). Perciò, se i Greci fossero rimasti nelle loro terre d’origine, Di Maio non sarebbe qui a diffondere stupidaggini.
    In una cosa, però, i Greci, d’Oriente e d’Occidente, sbagliarono: nel realizzare una democrazia “esclusiva” ed elitaria, come è ampiamente documentato dalle fonti antiche sulla democrazia più conosciuta, quella ateniese. Non sarà allora inopportuno un rapido cenno all’altra “democrazia” (il virgolettato si spiega col fatto che quella romana fu più propriamente una “costituzione mista”, secondo la nota definizione che ne diede Polibio nel libro VI delle sue Storie, che una vera democrazia) antica, quella di Roma, e alla sua politica verso gli stranieri. Nel corso della sua storia millenaria, nelle tre diverse forme di governo che la segnarono (monarchia, repubblica o costituzione mista, principato/impero), la prassi politica di Roma verso i non romani fu senza dubbio più avanzata, rispetto ad Atene. Roma fu multietnica fin dalle origini. Certo influì, nella scelta politica inclusiva e aperta allo straniero, l’origine mitica della fondazione, «che riconduceva la nascita della città al matrimonio tra l’eroe troiano Enea e Lavinia, figlia del re Latino. In Romolo, che da quell’unione discendeva, scorreva dunque sangue laziale e sangue troiano. La leggenda raccontava inoltre che per popolare la città egli aveva aperto un asylum nel quale aveva offerto rifugio a tutti gli stranieri che chiedevano ospitalità e protezione, e che le prime mogli dei romani erano Sabine (inutile ricordare il celebre ratto)…» (Eva Cantarella, Roma multietnica meglio di Atene, «Corriere della Sera», 19 febbraio 2010). Diverso il mito di fondazione di Atene. Una versione del mito relativo ad Atena racconta che «Atena si era recata da Efesto perché le fabbricasse delle armi. Efesto, che era stato abbandonato da Afrodite, fu preso dal desiderio di Atena e, poiché lei fuggiva, si diede a inseguirla; quando la raggiunse, con molta fatica poiché era zoppo, cercò di possederla, ma lei, che era vergine e saggia, non si lasciò prendere e il dio eiaculò sulla sua gamba. La dea, disgustata, asciugò lo sperma con della lana che gettò a terra, poi fuggì; dallo sperma caduto a terra nasce Erittonio» [nome il cui primo elemento ricorda quello della lana, e il secondo quello del suolo, cqèn, da cui il fanciullo era nato] (Apollodoro, I miti greci, Mondadori-Valla, Milano 1998, a c. di Paolo Scarpi, trad. di M.G. Ciani. Il brano è tratto da III, 14, 188). «Erano autoctoni, dunque, gli ateniesi, e tali volevano restare: non volevano essere “contaminati” da altri popoli. Non solo nel mito ma anche nella realtà. A darne una prova sta la loro politica verso gli stranieri che risiedevano stabilmente nella città: i famosi “meteci” (da metoikéin, vivere insieme)» (Cantarella, cit.).
    Sul vanto dei Romani di avere una costituzione flessibile e aperta agli stranieri, non solo per scongiurare il pericolo della decadenza per “oligantropia”, ovvero “scarsezza di uomini”, ma soprattutto per assicurare un ricambio della classe dirigente, notevole è il discorso lungimirante che nel 48 d.C. l’imperatore Claudio tenne in Senato, a noi noto grazie a una fonte epigrafica (ILS 212), rielaborato in altra forma da Tacito (Ann. XI, 24, 1-7) e ben riassunto da Luciano Canfora: «Nell’anno 48 d.C., mentre si discuteva sul modo d’integrare il Senato, i capi della Gallia cosiddetta “Comata”, che già avevano acquistato i diritti di “federati” e la “cittadinanza romana”, chiesero di ottenere il diritto di poter ricoprire cariche (l’elettorato passivo) a Roma. Scoppiò una discussione violentissima. Si diceva: “Un tempo erano bastati i Romani!”; e ovviamente venivano ricordati gli esempi di virtù dei Romani del tempo antico. E ancora: “Non era già grave che i Veneti e gli Insubri [i Celti reputati fondatori di Milano] fossero stati immessi in senato?”; “Tutte le cariche sarebbero state occupate dai nipoti di coloro che un tempo avevano fatto a pezzi i nostri eserciti e stretto G. Cesare ad Alesia? Godessero pure i diritti di cittadinanza ma non si prostituisse il decoro della cariche pubbliche!”. Mentre si discuteva animatamente l’imperatore Claudio convocò il Senato e così parlò: “È il caso forse di pentirsi che dalla Spagna siano venuti i Balbi e dalla Gallia Narbonese uomini non meno famosi? Ci sono qui tra noi i loro discendenti, che non sono secondi a noi nell’amore verso questa patria. Perché mai pensate che siano decaduti Spartani e Ateniesi se non perché trattavano i vinti come stranieri? Romolo invece, il fondatore della nostra città, fu così saggio da considerare parecchi popoli, in uno stesso giorno, prima nemici e subito dopo concittadini. Stranieri ebbero presso di noi il regno e abbiamo affidato uffici pubblici a figli di schiavi affrancati. Senatori! Tutte le cose che si credono ora antichissime, un tempo furono nuove. Dopo i magistrati patrizi vennero i plebei. Dopo i plebei i Latini. Dopo i Latini quelli degli altri popoli italici. Anche questa odierna deliberazione invecchierà e quello che oggi noi giustifichiamo con antichi esempi sarà un giorno citato tra gli esempi”. E la proposta passò. Così narra Tacito nell’undicesimo degli Annali» (E Roma diede il voto ai Galli, «Corriere della Sera», 18 ottobre 2003).
    Salvini e Di Maio, anziché supplire ai vostri vuoti culturali con la demagogia, studiate la storia; studiatela e meditatela. Solo dopo potrete fare politica. Perché quella che state facendo adesso è solo cialtroneria.

  2. Diciamo che sono perfettamente d’accordo su quasi tutto quello che l’articolo ci illustra. Meno d’accordo sono sui movimenti delle popolazioni… ecco qui forse anche per mia ignoranza, nutro forti dubbi e su questi dubbi sono d’accordo anch ele popolazioni del sudamerica che avrebbero fatto volentieri a meno delle visite degli europei a suo tempo, cosi come gli indiani d’america, i tibetani, gli africani e cosi via… E’ un discorso lungo e complesso che forse ha radici nell’essere stesso degli essere umani, ossia la tendenza alla distruzione….

    1. Caro Raffaele,
      ma come fa a confondere il colonialismo (con tutto il suo seguito di occupazioni manu militari, assoggettamento brutale delle popolazioni, sfruttamento delle risorse a esclusivo vantaggio dell’occupante) con le migrazioni? I paesi da lei indicati sono stati tutti, in tempi e modi diversi, interessati da atti di colonialismo.
      Per restare all’Italia, migranti erano quelli che andavano a lavorare nelle miniere del Belgio, nelle industrie tedesche o cercavano fortuna in America, non certo le truppe del generale Graziani che occupavano l’Abissinia (attuale Etiopia).
      E oggi col senno di poi possiamo dire che i nostri migranti, pur con grandi difficoltà di accoglienza e inserimento, hanno dato un grosso contributo allo sviluppo e al benessere di quei paesi.
      E’ su questo, credo, che bisogna riflettere, con analisi più accurate e meno superficiali della propaganda leghista.

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