IL FILO CHE LEGA BUFALE SUI PROFUGHI E FALSI PRO-PUTIN

di giuliano foschini  – fabio tonacci – “la repubblica”

Vi sarà probabilmente capitato di vedere il video della falsa intervista a Vladimir Putin: la risposta, in russo, del presidente a una domanda sui martiri della Seconda Guerra mondiale nei sottotitoli in italiano si trasforma in un’arringa contro le Ong e in un attestato di stima per il governo Conte. Vi sarà anche capitato, probabilmente, di imbattervi nella fotografia dello storico concerto dei Pink Floyd a Venezia spacciata come l’istantanea di un porto libico straboccante di migranti pronti a invadere le coste italiane. Sono due delle fake news più clamorose dell’ultimo anno, per viralità e per numero di reazioni suscitate. Ebbene, le due “notizie” sono connesse. Hanno una radice comune, gettate nell’arena dei social network da profili molto simili. E hanno prodotto risultati numerici quasi identici.

A rilanciare la bufala del porto libico, tra gli altri, è stato su Facebook il profilo italiano (apparentemente banale, la foto del profilo ha sette like appena) di tale Luigi Alberto, che dichiara di vivere a Genova. La foto postata da lui sfonda al 2 luglio le 10.500 condivisioni. Stando ai software che analizzano i volumi del traffico in Rete, ha ottenuto l’eco maggiore. Eppure quel profilo (dal numero di amici bassissimo) era quasi dormiente, e solo nella settimana precedente al fake dei Pink Floyd ha preso a pubblicare decine e decine di post: quasi tutti contro i migranti, molti in onore del ministro dell’Interno Matteo Salvini e di Putin. Tra le sue attività social c’è anche il rilancio dei contenuti della pagina “Scazzo Quotidiano”, la stessa che, per prima, ha postato il video dell’intervista farlocca al presidente russo. Spuntata una ventina di giorni fa, ha raggiunto numeri record: ottomila like la pagina, due milioni di visualizzazioni il video di Putin. «Viralità», dicono i curatori delle campagne elettorali dei principali partiti, che, in via ufficiale, smentiscono qualsiasi legame con le fabbriche di fake news.

In realtà, però, c’è una circostanza in più da considerare e che lega a doppio filo le bufale in questione. Un’anomalia statistica di cui Repubblica si è già occupata in passato, e che accomuna la rete della propaganda social, soprattutto leghista e grillina (ma notata anche in alcuni contenuti del Pd): il rapporto atipico tra like e condivisioni. Normalmente i primi sono più numerosi dei secondi. Le notizie virali hanno in media una condivisione ogni 3 like, nei casi limite ogni 2 like. Invece qui il rapporto è ribaltato: il video di Putin ha fatto 7mila like e 65mila condivisioni; il post di Luigi Alberto sul finto porto libico addirittura 800 condivisioni per ogni singolo like. Più una notizia è condivisa, più è letta. E più riesce a manipolare l’opinione pubblica. Al riguardo la policy di Facebook è molto rigida: utilizza algoritmi per individuare, e bloccare, i profili la cui unica attività è rendere virali certi contenuti. Talvolta, come nel caso delle due bufale recenti, l’algoritmo sembrerebbe aggirato. «Non è facile creare sistemi automatici per eliminarle con precisione», spiega Stefano Zanero, associato del Politecnico di Milano. «Facebook ha un incentivo nel garantire che non ci siano profili fake, mentre gli incentivi economici di Twitter vanno più nella direzione della numerosità e dell’ingaggio degli utenti. Paradossalmente, eliminare finti account può non essere nel suo interesse».

La propaganda basata sulle bufale ha di solito una regia unica. Necessita di professionalità, di tempo e di software. In sostanza, non succede per caso. Che esista una regia comune lo sospettano anche al Pd: «E non è né europea, né statunitense». Ecco, dunque, affiorare lo spettro dei russi. «Abbiamo denunciato tutto a Facebook — racconta il renziano Alessio De Giorgi, responsabile social del Pd — ci hanno risposto che le condivisioni erano anomale ma che non potevano fare nulla. Qualcuno, quindi, ha investito denaro in tecnologie in grado di forzare l’algoritmo di Facebook. Tecnologie che non sono disponibili in Italia o in Europa». Oltre ai partiti e a Facebook, si è interessata la Polizia postale. Il problema è individuare una fattispecie di reato per ancorare le indagini: partendo da alcuni post che incitano all’odio razziale, però, qualcosa si è riusciti a fare. Molte delle fotografie del concerto dei Pink Floyd, infatti, nelle ultime ore sono sparite. Anche quella di Luigi Alberto non si trova più.

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