NON C’ERA UN MATTEO GIUSTO

di paolo cosseddu

Da dove iniziare? Partiamo da una questione antipatica: la copertina dell’Espresso che è piaciuta a tutti, quella con affiancati Aboubakar Soumahoro e Matteo Salvini, e sotto la scritta “Uomini e no”. Ha colpito i più, centrando con precisione un sentimento che oggi è molto forte, di fronte all’escalation salviniana. Ma che purtroppo ha il difetto di arrivare a metà di un processo, non ne è l’inizio. Quella copertina, infatti, si sarebbe potuta fare, identica, in uno qualsiasi degli ultimi anni in cui Salvini è stato il cocco dei talk show politici di ogni giorno e fascia oraria, ospitato con la libertà di poter dire cose false e razziste sui migranti senza che mai un giornalista intervenisse per fare banalmente il suo dovere: lasciarlo libero di esprimere le sue (terribili) opinioni, ma impedirgli di propagandare il falso. Si è creata così una convinzione profonda tra gli italiani, a proposito dell’immigrazione, non solo tra gli elettori della Lega, ma anche tra moltissimi meno attenti e più suggestionabili. E se avete mai provato a spiegare a qualcuno, in questi anni, che non c’è nessuna emergenza e tantomeno nessuna invasione, che il fenomeno va banalmente gestito facendo buona accoglienza, e avete ricevuto in cambio sguardi perplessi, sapete di cosa stiamo parlando. Nella creazione di questo sentimento malevolo dell’opinione pubblica, le responsabilità dei media sono pesantissime, quasi quanto quelle dei suoi ideologi.

Ma c’è di più: quella copertina si sarebbe potuta fare, negli ultimi tre anni e prima del 4 marzo 2018, con lo stesso identico spirito ma semplicemente sostituendo Salvini con Minniti. Pesante? Forse, ma non ingiustificato. Perché quando si protesta contro Salvini e contemporaneamente si rivendica che il Governo precedente ha diminuito gli sbarchi dell’80%, e ancora si solletica il mito dell’uomo di governo forte, che decide, ebbene siamo in presenza del più classico bispensiero di marca orwelliana: “il meccanismo psicologico che consente di credere che tutto possa farsi e disfarsi: la volontà e la capacità di sostenere un’idea e il suo opposto, in modo da non trovarsi mai al di fuori dell’ortodossia, dimenticando nel medesimo istante, aspetto questo fondamentale, il cambio di opinione e perfino l’atto stesso del dimenticare. Chi adopera il bipensiero è quindi consciamente convinto della veridicità (o falsità) di qualcosa, pur essendo inconsciamente consapevole della sua falsità (o veridicità)“.

Così leggiamo di Renzi, che da qualche giorno commenta le parole del suo omonimo Salvini dicendo che la sinistra “ha attaccato il Matteo sbagliato”. Ma le politiche di centrosinistra di questi ultimi anni sono state – proprio quelle – il carburante per il populismo e per il razzismo che oggi vediamo esplodere. Anche quelle di Renzi, oltre che quelle di Minniti. E l’informazione ha lasciato fare, anzi andava in brodo di giuggiole per il decisionista che mal tollerava le discussioni, le mediazioni, i tavoli con i corpi intermedi, i compromessi: che fingeva di voler superare i riti effettivamente vecchi e logori, l’immobilismo, il rifiuto ottuso della modernità, mentre in realtà smantellava pezzi di democrazia, lasciando in effetti più che intonsi tutti i vecchi poteri, le consorterie, le clientele, i privilegi, le inefficienze, le assurdità di questo Paese che non riesce a migliorare se stesso. Dicendo parole che sapeva benissimo avrebbero smosso le viscere più profonde del Paese: che il privato è meglio del pubblico, che le tasse sono ingiuste, che se sei povero è perché sei pigro, che il padrone ha ragione, che lo straniero è una minaccia. Il richiamo all’unità repubblicana contro il nuovo fascismo che sentiamo fare oggi è giusto, insomma, ma o si prende atto di questo errore incontestabile, tutti nessuno escluso e qualcuno più di altri, o non si va da nessuna parte.

E quindi va benissimo che a Milano si organizzi un appuntamento “Insieme contro i muri”, e va benissimo che sia apertamente sostenuto da tanti esponenti della maggioranza Dem cittadina: Milano è stata, in questi anni, un modello di accoglienza e di umanità in controtendenza rispetto al clima imperante, quanto altre meritorie amministrazioni di centrosinistra? Certamente sì – anche se, come ricorda il Corriere di oggi, il censimento dei Rom fece capolino persino tra le proposte della giunta Pisapia – ma allora però non si faccia finta, appunto, che quel clima non nasce da prima, per la precisione da esponenti dello stesso partito che erano al governo del Paese: come dimenticare le retate indistinte alla stazione Centrale di Milano, con l’esercito schierato? Si ammetta che la realtà non scivola verso il loro modello in scala, ma verso il lato opposto, e il loro esempio seppure virtuoso non basta a fare da freno. Molto semplice. Si ammetta che i media, oggi così forieri di dati oggettivi sul fenomeno migratorio, per anni e anni non sono stati altrettanto precisi, e hanno approfittato delle idee di Salvini presentate senza contraddittorio per fare audience. Contribuendo a creare non solo un clima, ma una convinzione profonda, tremenda e soprattutto sbagliata. Prenda atto, Matteo Renzi, che la sinistra non ha “attaccato il Matteo sbagliato”, ma ha criticato le sue politiche perché sosteneva che ci avrebbero portato esattamente qui dove siamo oggi, e sarebbe ben strano se ci dovessimo prendere la colpa per aver avuto ragione. Prenda atto che gli elettori hanno poi fatto a lui quello che lui stava già facendo agli altri. Se ne alzi in piedi uno, di quelli che fino a un mese fa erano ministri, e dica apertamente che i governi Renzi e Gentiloni non sono stati modelli, ma errori perseguiti con ostinata determinazione in un clima di complicità diffusa dell’opinione pubblica che conta, e un ostracismo intollerabile verso chi esprimeva una posizione critica verso il grande manovratore. Poi si può obbiettare che al netto di un’analisi giusta la sinistra non è stata capace di tradurla in consenso, anzi nel farlo è stata più che disastrosa: verissimo. Ma non c’era un “Matteo giusto”, non c’è un universo alternativo in cui i respingimenti erano opportuni un anno fa e sono sbagliati oggi. Non a caso fu proprio Salvini, in un’occasione rimasta celebre, ad appropriarsi delle parole di Renzi per dimostrarne l’interscambiabilità (“scegli l’originale!“, cit.).

Persino Berlusconi, che nel 1997 “piangeva” per lo speronamento di una nave carica di migranti, avrebbe potuto fare di più, evitando di consegnarsi alla Lega e soprattutto evitando di riempire le sue televisioni di trasmissioni scientificamente costruite per diffondere la “paura del nero”, con collegamenti tra ali di folla urlante e raccapriccianti strumentalizzazioni di fatti di cronaca. Per dire che, oltre che per la sinistra, ci sarebbe spazio anche per una destra costituzionale, in questo Paese, se non fosse che a turno tutti trovano comodo soffiare sul fuoco dell’autoritarismo di ritorno.

Va quindi messo un punto, adesso: scendiamo in piazza, facciamolo assieme, ma diciamoci anche cosa faremmo poi se per miracolo tra un po’ di tempo riuscissimo a sconfiggerla, questa destra, per darle un governo diverso. Perché se qualcuno ancora pensa che nel caso potremmo continuare a finanziare i campi di concentramento libici perché “la diminuzione degli sbarchi dell’80%” così ottenuta è un grande risultato, beh, allora ci terremo Salvini tutta la vita. E noi potremo continuare a discutere delle sottili differenze, ma per chi vi è recluso non ve ne sarà alcuna. Ed è esattamente questo qui, il punto della questione.

*ripreso da “Possibile”.

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