ORLANDO, MINISTRO DELL’INGIUSTIZIA E DELLA CASTA

Ripubblichiamo volentieri un articolo di Marco Grasso, pubblicato oggi  16 maggio 2018 su “Il secolo XIX”. 

SVOLTA CLAMOROSA A POCHI GIORNI DALL’INIZIO DELL’APPELLO ALL’EX TESORIERE
Belsito e Bossi, una legge può salvarli
La nuova norma richiede la querela: la Lega potrebbe “graziare” i due imputati

IL RISCHIO concreto è che una leggina, approvata lontano dai riflettori, cancelli con un colpo di penna uno dei più grandi processi alla politica ultimi anni. Lo scandalo
dei milioni portati in Tanzania dall’ex tesoriere Francesco Belsito e le spese pazze della Bossi “family”, che con soldi pubblici pagava ogni capriccio della famiglia del Senatur e del carrozzone del Cerchio magico, tra cui la fantomatica laurea albanese del Trota (77mila euro), migliaia di euro di multe e un’Audi da 44mila euro.

La ciambella arriva a pochi giorni dall’inizio del processo d’appello a Belsito, ed è contenuta in un decreto legislativo entrato in vigore pochi giorni fa, voluto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando con intento deflattivo.


Alcuni reati, ad esempio le minacce gravi, l’appropriazione indebita aggravata e la truffa aggravata, non saranno più procedibili d’ufficio, e diventeranno perseguibili unicamente in presenza di una querela. La modifica, essendo più favorevole agli imputati, sarà estesa anche ai casi in corso, comprese le inchieste su Bossi e Belsito. I quali, a questo punto, potrebbero vedere cadere nei loro confronti le accuse che li hanno portati a essere condannati in primo grado. A meno che, ipotesi che politicamente al momento appare alquanto improbabile, la nuova Lega capitanata da Matteo Salvini non decida, nei prossimi 90 giorni, di querelare l’ex tesoriere ( e di conseguenza anche il suo fondatore), che in fondo si è portato via 7 milioni di euro del partito.
Il decreto è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale lo scorso 24 aprile. E abbraccia 13 reati, non tutti in verità proprio comunissimi, come la violazione di domicilio di pubblico ufficiale, oppure la falsificazione o alterazione di comunicazioni telefoniche. In mezzo ci sono anche i due reati che salvano Bossi (per quanto i reati, nel processo d’appello di Mi¬lano, fossero già prescritti) e in parte anche Belsito, che beneficerà così di un grosso sconto. Rimane in piedi, in ogni caso, il processo legato alla gigantesca truffa ai danni dello Stato, che ha portato la Guardia di finanza a chiedere un sequestro da 48 milioni di euro alle finanze del partito.

La patata bollente a questo punto passa a Salvini, a cui spetterà prendere posizione. Com’è noto la sua posizione nei confronti della vecchia gestione si è andata nel tempo mitigando, e l’originario movimento delle “scope”, che chiedeva pulizia all’interno del movimento, ha lasciato spazio a una sorta di pacificazione fra nuova e vecchia guardia, un accordo suggellato dalla ritirata della Lega Nord dal processo, dopo che inizialmente si era costituita parte civile. Non denunciare, a fronte di danni simili (le appropriazioni indebite nel processo di Milano ammontano a 2,4 milioni, mentre Belsito è accusato di aver utilizzato per quelle operazioni sospette 7 milioni) sarebbe comunque una presa di posizione forte.
Sulla Lega è aperta a Genova un’altra inchiesta, per riciclaggio. L’ipotesi è che i soldi contestati nel processo a Bossi e Belsito – condannati in primo grado a Genova a 2 anni e mezzo e 4 anni e 10 mesi per la maxi truffa, e a Milano a 2 anni e 3 mesi e a 2 anni e 6 mesi – siano stati successivamente reimpiegati e fatti sparire dai conti per evitare i sequestri della Procura.

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