LE FORZE POLITICHE E LE REGOLE DEL GIOCO

 di andrea pertici

I risultati delle ultime elezioni politiche sono spesso descritti come particolarmente sensazionali, avendo registrato –sempre secondo le letture prevalenti– una “vittoria dei 5 stelle e della Lega”, mettendo così insieme due forze che si sono presentate alle elezioni in contrapposizione. Esse sono del resto accomunate –secondo questa strategia comunicativa– dalla loro descrizione come “populiste”. Dimentichiamo, forse, come è nata e si è sviluppata Forza Italia e quante promesse davvero “populiste” ha fatto negli anni, attraendo progressivamente su questa linea un Pd che, ad esempio, ha svolto la campagna elettorale per il referendum costituzionale a suon di “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un sì”, per tralasciare i riferimenti alla migliore cura di gravi malattie che il medesimo “sì” avrebbe consentito. 

In realtà, le elezioni del 2018 sviluppano per molti versi tendenze già presenti in quelle del 2013, nelle quali una forza politica mai presentatasi prima alle elezioni, il Movimento 5 stelle, conseguì 8.691.406 voti, superando perfino il precedente di Forza Italia nel 1994. Quei voti furono considerati il meno possibile, ricostituendo, dopo avere tergiversato per alcune settimane, l’alleanza tra Pd, Forza Italia e le formazioni centriste che aveva sostenuto il governo Monti e che, nelle elezioni, aveva visto ridursi i propri consensi di circa venti punti percentuali. 

Nel 2018 il Movimento 5 stelle cresce di ulteriori 2 milioni di voti, mentre il Pd ne perde 2 milioni e mezzo, le formazioni centriste (riunite nel 2013 sotto le insegne di “Scelta civica”) spariscono e Forza Italia, se confrontata con il Pdl, perde quasi 3 milioni di elettori. Il centrodestra nel suo complesso, però, cresce, di poco più di 2 milioni di voti, grazie soprattutto al fatto che la Lega ha un incremento di oltre 4 milioni di voti. 

Nel complesso nessuna forza politica (e neppure nessuna delle coalizioni che la legge prevede come deboli, non avendo né programma né leader comune) ha conseguito la maggioranza, come è probabile in presenza di un sistema elettorale prevalentemente proporzionale, ma come può accadere perfino con un sistema interamente maggioritario, come il recente esempio del Regno Unito conferma. Del resto, la Corte costituzionale, con la sentenza 1/2014 e ancora più chiaramente con la sentenza 35/2017, ha chiarito che un sistema elettorale che assicuri sempre e comunque una maggioranza, a prescindere, sostanzialmente, dal reale consenso popolare, è incostituzionale. 

Sono possibili leggi elettorali che favoriscano –e pure molto– la formazione di una maggioranza, ma non che la assicurino (nel caso, ad esempio, si è affermato che il ballottaggio avrebbe potuto superare il vaglio di costituzionalità solo se fosse stato accompagnato da alcune condizioni, che, naturalmente, avrebbero potuto non realizzarsi nelle elezioni e che quindi avrebbero potuto determinare in taluni casi la mancata attribuzione del premio).

Ora, dato il risultato (tanto più prevedibile con una legge elettorale prevalentemente proporzionale), e considerato il sistema elettorale parlamentare, che prevede la formazione di maggioranze in parlamento, sarebbe del tutto coerente che le forze politiche si confrontassero per trovare i punti comuni per sostenere un governo. Invece, assistiamo alle letture più bislacche come quelle di chi ritiene di “essere stato collocato all’opposizione”, non si capisce di chi, visto che non è stata individuata direttamente dal voto una maggioranza. In realtà, il sospetto è che qualcuno, attraverso una lettura così sgrammaticata, voglia far risultare che il sistema non funziona. Non sarebbe una novità, in Italia, dove da alcuni anni, quando il risultato elettorale non piace, si attribuisce la responsabilità al sistema, affermando la necessità di cambiarlo.

Questo è accaduto anche nella scorsa legislatura, portando a una riforma costituzionale astrusa, che è stata sonoramente bocciata dagli elettori, che anche in quel caso si volle ritenere “non avessero capito”, venendo liquidati con una scrollata di spalle. In effetti, qualcuno ricomincia a parlare di semi-presidenzialismo (che, se alla francese, è in realtà un “iper-presidenzialismo”) e di premi di maggioranza, sfoderando ancora una volta tutto l’armamentario ripresentato da almeno vent’anni e bocciato, per un verso, dalla Corte costituzionale e, per un altro, direttamente dagli elettori.

Ciò che, invece, le forze politiche dovrebbero imparare a fare è seguire le regole del gioco date (che, peraltro, nel caso della legge elettorale si sono esse stesse appena date, solo cinque mesi fa). Le regole del gioco –Costituzione e legge elettorale– ci dicono oggi che le forze politiche che hanno i numeri per farlo devono cercare di accordarsi per un programma di governo, formando una maggioranza parlamentare a sostegno di questo. In tal senso il comportamento che più stupisce è quello del Pd, inchiodato da settimane su una posizione (fuori dalle regole date) per cui sarebbe stato “collocato all’opposizione”. Così rifiuta di valutare la composizione di una maggioranza con le altre forze politiche, e in particolare con la più consistente tra queste (il Movimento 5 stelle), e, attraverso suoi autorevoli rappresentanti, “tifa” per un governo 5 Stelle-Lega, sperando che faccia male, per cercare di risorgere sulle sventure altrui. Sembra che chi ha dato per anni ad altri del “gufo”, adesso abbia assunto a sua volta la posizione del “gufo”, anzi del “gufo reale” (“bubo bubo”).

La posizione è tanto più singolare perché nella situazione data, di grave crisi di consensi per il Pd e le forze progressiste (ammesso che questo sia ancora il campo del principale partito di “centrosinistra”), il sistema dato –parlamentare con legge elettorale prevalentemente proporzionale– è quello che più consente a queste di poter esercitare un’influenza sulle scelte politiche. Non sarebbe così in presenza di rischiosi premi di maggioranza o di semi-presidenzialismi.

Se chi ha idee progressiste si prendesse la briga di leggere il programma del Movimento 5 stelle, troverebbe sicuramente molti punti interessanti (dagli strumenti di partecipazione dei cittadini al conflitto d’interessi, dalla diminuzione delle spese di giustizia e del potenziamento della difesa a spese dello stato alle pene alternative, dalla tutela dell’ambiente alle energie alternative, fino anche al reddito di cittadinanza), che, quando non pienamente condivisibili o ritenute attuabili così come declinate, potrebbero essere influenzate partecipando insieme a un governo.

Questa naturalmente è solo una possibilità. Forse la meglio rispondente al voto popolare. Ma ciò che invece sembra imprescindibile è che le forze politiche seguano le regole del gioco, anziché cercare ancora una volta di cambiarle.

Andrea Pertici è Professore ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Pisa

  • L’articolo è stato pubblicato su huffingtonpost.it

 

 

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