più scuola

NEL NUOVO SITO DI CRITICA LIBERALE DAREMO ANCORA PIU’ SPAZIO AI LETTORI. OLTRE AI SOLITI COMMENTI CHE CI ARRIVANO, PUBBLICHEREMO IN QUESTO SETTORE CENTRALE LE RIFLESSIONI PIÙ APPROFONDITE (ANCHE QUELLE MENO CONDIVISIBILI) CHE CI SARANNO INVIATE SU QUALUNQUE ARGOMENTO, ANCHE SE NON TRATTATO DAL SITO. MA DEVONO ESSERE FIRMATE. QUESTA VOLTA ABBIAMO FATTO UN’ECCEZIONE, PERCHE’ NON AVEVAMO MESSO QUESTA AVVERTENZA. SCRIVERE A info@criticaliberale.it

di francesco

Come non condividere l’ invocazione “scuola scuola scuola scuola”? Quanta ignoranza e quanta maleducazione in giro dappertutto per il Bel Paese. Più scuola farebbe bene un po’ a tutti. Oddio, qualche insegnante fannullone potrebbe preoccuparsi per ulteriori carichi di lavoro a (basso) stipendio invariato, ma non è proprio il caso.

Basta un’occhiata al contenuto dell’articolo per comprendere che “scuola”, per il noto pedagogo, è sinonimo di “viaggio”, per cui il titolo “viaggi, viaggi, viaggi, viaggi” sarebbe forse stato più coerente con le successive ferree direttive impartite a tutti gli studenti italiani: suvvia smammate, fuori dalle aule, di corsa alle agenzie di viaggio a comprare il biglietto e poi via verso lontane, fascinose e istruttive mete. Non c’è bisogno di una divisa, né di marciare all’unisono come si portava una volta, basta che tutti i “ragazzi”(sottolineato tutti) espatrino in buon ordine. E così i problemi della nazione saranno risolti. Qui il lettore profano potrebbe non afferrare la sottile relazione che intercorre tra i prospettati viaggi e il progresso dell’Italia. Conviene dunque soffermarci qualche istante sui presupposti del metodo storico-pedagogico che sta a fondamento degli ordini impartiti dal valoroso articolista. Si tratta del «metodo empirico e di “prima mano». Afferrare il senso di “empirico” è facilissimo, da queste parti siamo un po’ tutti anglosassoni. Ciò che potrebbe presentare qualche difficoltà è il concetto di «metodo di “prima mano”». Iniziamo con lo sgombrare il campo da un banale equivoco. Con la locuzione “di prima mano” non si intende distinguere i manuali scolastici nuovi, intonsi, da quelli usati o di “seconda mano” che gli studenti spilorci acquistano dai loro compagni più grandi. Di “prima mano” ha qui il significato scientifico di “toccare” con mano gli avvenimenti storici, il che non esclude, come vedremo forse in seguito, che li si possa toccare anche con i piedi o con altre parti del corpo. Basta con la barbosa storia studiata a “spizzichi, si passi quanto prima alla storia imparata a “pizzichi”. L’essenza del nuovo metodo è l’esperimento tattile. Gli studenti sono sempre più degli incalliti pirroniani, quali discepoli dell’apostolo Tommaso chiedono di sperimentare di “prima mano” i racconti storici, altrimenti non ci credono. Ricordo che un giorno, mentre spiegavo la Spedizione dei Mille, uno studente mi interruppe per dirmi che lui dell’esistenza di Quarto non era per niente convinto. Menomale che avevo già assimilato il metodo di “prima mano”. La settimana successiva organizzai una bella gita a Quarto e, visto che c’eravamo, anche alle Cinque Terre (a Monterosso passava le estati il giovane Montale, se fosse mai sorto qualche dubbio in futuro sull’esistenza della pittoresca località). La classe si dimostrò entusiasta della nuova metodologia di insegnamento della storia e, dopo aver passeggiato per qualche ora per le strade di Quarto importunando i locali, si disse finalmente convinta della sua esistenza. Potrei continuare a raccontare divertenti episodi scolastici, ma ora devo affrontare un argomento molto serio che il teorico della scuola-viaggio tratta coi piedi: «Una scuola civile è una scuola dove tutti (sottolineato tutti) hanno messo piede in un campo di sterminio». A dir la verità farei volentieri a meno di intrattenermi in questa sede sui campi di sterminio nazisti. Anzi, quasi quasi lo faccio, sorvolo sulla questione per pudore e passo direttamente alla problematica dello “studente esule”. Conseguenza logica del metodo di “prima mano” è il trasferimento di “TUTTI gli studenti all’estero, ALMENO per un anno”. Molti lettori superficiali penseranno che con l’operazione si miri ad abituare i giovani a “fare le valigie”, così come molti di loro dovranno fare finiti gli studi. Nient’affatto. Lo scopo è ben altro e precisamente quello di insegnare che “DIVERSO VUOL DIRE OPPORTUNITA’”. Non sono in grado di spiegare tutti i reconditi significati di questo profondo concetto che sembra uscito dalla penna di un Marinetti in vena di “parole in libertà”. Forse vuole dire che… Un momento. Improvvisamente mi è venuto in mente che ho un figlio in età scolare. Senta un po’, caro il mio liberale empirico di prima e seconda mano: perché all’estero, se proprio ci tiene, non invia i suoi rampolli? Anzi, perché un bel viaggetto in Niger o in qualche squallida soffitta anglosassone non se lo fa Lei di persona? La Bulgaria sarebbe di suo gradimento o preferisce il Burkina Faso? Almeno per un anno, mi raccomando. Così imparerà che “tacere vuol dire opportunità”.

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